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Newsom a Davos scuote l’Europa: “Con Trump si tratta solo con la forza”

- di: Bruno Legni
 
Newsom a Davos scuote l’Europa: “Con Trump si tratta solo con la forza”

Il governatore della California (foto) attacca l’atteggiamento “arrendevole” dell’Ue e indica la Groenlandia come cartina di tornasole: tra dazi, sicurezza artica e leadership, l’Occidente torna a misurarsi sul potere.

A Davos, nel pieno del World Economic Forum 2026, la geopolitica si è presa la scena con la questione più esplosiva: la pressione degli Stati Uniti sulla Groenlandia. Il tema — già di per sé delicatissimo perché riguarda un territorio autonomo sotto il Regno di Danimarca — è diventato un test di credibilità per l’Unione Europea e un termometro delle nuove regole del confronto tra alleati.

In questo contesto è arrivata la stilettata di Gavin Newsom, governatore della California e figura centrale dei Democratici, accreditato come possibile protagonista della corsa alla Casa Bianca nel 2028. A margine del Forum ha preso di mira la prudenza europea, accusandola di trasformarsi in debolezza davanti a Donald Trump.

“È ora di stare in piedi, con la schiena dritta. Con Trump non esistono accordi equilibrati: capisce solo la forza”, è il senso del messaggio attribuito da Newsom al suo confronto con la linea europea. Il governatore ha descritto Trump come un leader che legge ogni esitazione come un invito ad alzare la posta e a spostare sempre più in là il confine di ciò che è negoziabile.

La questione Groenlandia è diventata, nelle ore di Davos, l’esempio perfetto: un terreno su cui l’Europa teme di perdere la faccia se appare indecisa, ma anche uno snodo su cui — secondo l’analisi di Newsom — Trump non avrebbe un sostegno granitico nemmeno negli Stati Uniti. Il punto politico, per il governatore, è che la deterrenza non si costruisce con formule “proporzionate”, ma con risposte nette e immediate.

Da parte europea, i vertici comunitari hanno insistito sul principio di sovranità e sull’idea che la stabilità internazionale si regga su regole condivise, non su annessioni o ultimatum. La linea è quella di difendere gli alleati e rafforzare la postura nell’Artico, anche perché la regione è sempre più strategica tra nuove rotte, risorse e presenza militare.

Nelle stesse ore, alcuni leader hanno invocato un cambio di passo: l’Europa — dicono — deve dotarsi di strumenti capaci di rispondere a pressioni economiche e politiche, inclusi meccanismi anti-coercizione e contromisure commerciali. Il tema non è solo “resistere” a Trump: è dimostrare che l’Ue può agire come blocco, senza farsi dividere.

La cornice economica rende tutto più tagliente. Le minacce di dazi e le contromosse possibili alimentano incertezza su catene di fornitura e investimenti, con Davos che diventa il luogo in cui la politica entra direttamente nelle previsioni dei mercati. In altre parole: non è una polemica astratta, ma una variabile capace di spostare aspettative e capitali.

La sortita di Newsom ha anche un secondo livello: parlare all’Europa significa parlare all’America. Presentarsi come l’antitesi di Trump, in un’arena globale, rafforza un profilo da leader “di sistema”, pronto a guidare una reazione all’approccio muscolare del tycoon. E l’Europa, nel mezzo, rischia di trovarsi spettatrice se non definisce una posizione chiara e sostenibile nel tempo.

Il risultato è un paradosso: proprio mentre l’Occidente avrebbe bisogno di compattezza su Ucraina, Medio Oriente e sicurezza energetica, la partita artica apre una frattura simbolica e concreta. Davos, quest’anno, non è stato soltanto il forum della finanza e dell’innovazione: è diventato il ring in cui si misura la leadership politica del 2026. 

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