Dovevano scattare dall’1 febbraio, finiscono nel cassetto dopo Davos. Minacce, accordi opachi e l’ennesima giravolta di un presidente che confonde forza con rumore.
Alla fine, come spesso accade con Donald Trump, la montagna partorisce un post. I dazi annunciati con toni bellici, sbandierati come prova di muscoli e destinati a “rimettere in riga” mezzo pianeta, vengono sospesi sul più bello. Dovevano entrare in vigore dall’1 febbraio, diventano improvvisamente negoziabili. Traduzione: il presidente americano minaccia, poi si ferma.
Il colpo di scena arriva a Davos, quando il centro congressi si svuota e lo show è già finito. Dopo aver passato la giornata a picconare l’Unione europea, Trump annuncia che le tariffe non scatteranno. “Non imporrò le tariffe che dovevano entrare in vigore il primo febbraio”, scrive, con il tono di chi concede una tregua invece di ammettere una frenata.
Il motivo ufficiale è un incontro definito “molto proficuo” con Mark Rutte, segretario generale della Nato, su Groenlandia e Artico. I contenuti dell’intesa restano però avvolti nella nebbia: nessun testo, nessuna cifra, nessuna garanzia. Rutte, poco dopo, smorza l’enfasi: la questione della sovranità non è stata discussa. Il che rende l’annuncio americano più un esercizio di storytelling che di diplomazia.
La retromarcia sui dazi, in realtà, è figlia di un contesto che Trump preferisce non nominare. I mercati osservano con crescente nervosismo una politica commerciale fatta di ultimatum ricorrenti. Le imprese chiedono stabilità, non colpi di teatro. Gli alleati iniziano a sottrarsi al gioco del rilancio continuo. E anche a Davos, tempio del capitalismo globale, l’applausometro resta freddo.
Dal palco, però, il presidente non rinuncia al copione. Un monologo tra autocelebrazione, attacchi personali e ricostruzioni storiche a uso e consumo della platea. “Non userò la forza”, assicura parlando della Groenlandia, salvo ribadire che quell’enorme territorio lo vuole “possedere”. Nel mondo trumpiano, la geopolitica assomiglia a una trattativa immobiliare su scala planetaria.
Gli europei vengono avvertiti: se diranno sì, bene. Se diranno no, “ce lo ricorderemo”. Non un invito al dialogo, ma una minaccia in formato slogan. La Danimarca viene liquidata come un Paese ingrato, colpevole di essersi ripresa la Groenlandia dopo la Seconda guerra mondiale. Dettaglio non proprio marginale: Trump confonde più volte l’isola con l’Islanda, senza che ciò intacchi minimamente la sicurezza del suo racconto.
Il bersaglio preferito resta l’Europa. Trump dice di amarla, salvo descriverla come un continente in declino, irriconoscibile, fuori strada. Emmanuel Macron diventa oggetto di scherno personale, tra battute sugli occhiali e racconti di presunti “capolavori” negoziali ottenuti in pochi minuti grazie alla minaccia di tassare lo champagne. Una diplomazia ridotta a gag, con Trump sempre protagonista e sempre vincitore.
Eppure, dietro il rumore, qualcosa cambia. I leader europei di peso evitano l’incontro: niente faccia a faccia con Ursula von der Leyen, nessuna passerella con Emmanuel Macron, nessun bilaterale simbolico con i principali capi di governo. Lo snobismo è silenzioso ma eloquente. Davos ascolta, annota e prende le distanze.
Tra manager e investitori serpeggia un’insofferenza che fino a poco tempo fa restava sottotraccia. All’inizio del secondo mandato, molti avevano scommesso su un Trump più prevedibile, più attento ai mercati, meno incline alle sparate. La realtà è un’altra: dazi minacciati a orologeria, istituzioni attaccate, alleanze trattate come contratti a termine.
La sospensione delle tariffe, letta così, appare meno come gesto di forza e più come prudenza tardiva. Non è un cambio di linea: è una pausa. E quando la politica commerciale vive di annunci e smentite, ogni pausa diventa la premessa del prossimo ricatto.
Intanto, la macchina americana resta agganciata a una logica pericolosa: ogni minaccia è “negoziazione”, ogni accordo è “bozza”, ogni parola è reversibile. Il risultato è instabilità permanente, con governi e imprese costretti a interpretare umori presidenziali invece di piani economici.
La serata di Davos si chiude con l’ennesimo paradosso trumpiano: dopo aver promesso lo scontro, arriva la tregua; dopo aver attaccato gli alleati, spunta un’intesa nebulosa; dopo aver annunciato i dazi, ecco la marcia indietro. Trump la chiama leadership. Il resto del mondo la chiama semplicemente incertezza.