C’è un modo per rispondere a Donald Trump senza urlare, senza slogan, senza inseguire la provocazione sul suo terreno preferito: quello del potere e del denaro. È il modo scelto da Tillie Martinussen, groenlandese, tra le fondatrici del Cooperation Party, in un discorso che in poche righe ribalta la narrazione più aggressiva degli ultimi mesi: l’idea che un territorio possa essere “acquistato” come fosse un asset, una miniera, un contratto, una voce di bilancio.
Groenlandia, la lezione a Trump: “La terra non si compra, appartiene a tutti”
Martinussen parte da un dettaglio che, in realtà, è un manifesto politico: in Groenlandia la terra non si possiede. Puoi ottenere un lotto per costruire una casa, puoi possedere la casa, ma non puoi possedere il suolo. Perché la terra – come il mare – non appartiene a una persona sola: appartiene a tutti. È un principio che, letto con occhi europei, sembra un residuo di comunità antica; letto con occhi contemporanei, invece, è una dichiarazione di modernità: sovranità come bene comune, non come merce.
È qui che il discorso diventa una risposta diretta alla logica trumpiana. L’errore, dice Martinussen, è pensare che i groenlandesi siano comprabili. Che basti un’offerta, un assegno, una promessa di ricchezza per trasformare un popolo in un investimento. “Anche se ci dicessero: 100.000 dollari a persona”, la Groenlandia non rinuncerebbe mai a ciò che definisce la sua idea di futuro: sanità gratuita, istruzione gratuita, welfare, appartenenza europea, sovranità come obiettivo.
È un passaggio decisivo perché mette in chiaro una cosa che spesso sfugge nel dibattito geopolitico: il confronto non è solo tra Stati, ma tra modelli di società. Da una parte c’è la visione del territorio come risorsa da estrarre, come valore da monetizzare. Dall’altra c’è un’idea di ricchezza più complessa: servizi pubblici, diritti, protezione sociale, la possibilità di studiare senza indebitarsi, di curarsi senza essere selezionati dal reddito.
Martinussen lo dice senza diplomazia: “Non vogliamo essere ricchi come gli americani”. E la motivazione non è ideologica, ma concreta: la ricchezza, quando diventa avidità, può trasformarsi in violenza, in aggressione, in invasione.
Il punto economico, però, arriva subito dopo ed è più forte di qualunque slogan. La Groenlandia sa benissimo che nel sottosuolo ci sono – o potrebbero esserci – minerali e petrolio. Sa che valgono “enormemente più di qualunque cifra”. Ma anche qui la logica si ribalta: non è la promessa di ricchezza a determinare la scelta politica. Perché anche se quelle risorse non ci fossero, “non ci lasceremmo comunque comprare”. È un’affermazione che spiazza il capitalismo geopolitico: l’identità non è un prezzo, e la sovranità non è un’opzione negoziabile come un appalto.
Il discorso si fa ancora più netto quando Martinussen richiama la memoria storica delle popolazioni indigene. In Groenlandia, dice, tutti conoscono la storia degli Inuit in Alaska e delle popolazioni native: terre sottratte, diritti negati, comunità marginalizzate. E aggiunge un elemento politico esplosivo: la percezione che Trump si circondi di figure legate al suprematismo bianco. “Noi non siamo bianchi”, dice. E in quella frase c’è la consapevolezza più dura: non è solo un problema di confini, è un problema di diritti, di cittadinanza, di riconoscimento.
In controluce emerge una verità spesso ignorata: la Groenlandia non sta parlando soltanto di difesa territoriale, ma di autodeterminazione. Martinussen non idealizza la relazione con la Danimarca, non cancella le fratture del passato, ma stabilisce una linea: “Ce la risolveremo tra noi”. Se un giorno arriverà l’indipendenza, sarà una scelta groenlandese, non il risultato di una pressione esterna. E qui il messaggio diventa universale: la libertà non è un “dossier” da chiudere in una trattativa tra potenze, è un processo che appartiene ai popoli.
La parte finale è quella che trasforma un discorso politico in una narrazione quasi letteraria, eppure lucidissima. Martinussen dice che, se la Groenlandia diventasse indipendente domani, Trump “invaderebbe subito”, perché non avrebbe problemi né con la Nato né con l’Europa. È una frase che mette a nudo la fragilità delle architetture internazionali quando si scontrano con l’arroganza di una superpotenza. Ma la risposta non è militarista, non è bellicista: è culturale, climatica, antropologica.
“Noi saremo qui per centinaia di anni dopo Donald Trump”. E se arrivasse una tempesta, la Groenlandia sa come si fa: ci si rintana, si aspetta, si resiste. Anche per anni. Anche per decenni. Perché lì, dice, è il meteo a decidere. E Trump, nella prospettiva groenlandese, è un fenomeno atmosferico: rumoroso, violento, temporaneo. Passa. E la comunità resta.
È una lezione politica rarissima: non la resistenza come eroismo, ma la resistenza come durata. Non l’identità come bandiera, ma come pratica quotidiana. Non la sovranità come parola, ma come capacità di non vendersi, di non farsi definire dal prezzo, di non scambiare il welfare con un assegno.
E forse, per una volta, la risposta più dura a una superpotenza non è “noi vi batteremo”. È molto più spietata: noi vi sopravvivremo.