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Oro, corsa senza tregua: record nel 2025 e prezzi alti nel 2026

- di: Bruno Legni
 
Oro, corsa senza tregua: record nel 2025 e prezzi alti nel 2026

Geopolitica, dazi, debito e banche centrali: il metallo giallo resta al centro del risiko finanziario, tra proiezioni fino a 5.000 dollari e il timore di scossoni improvvisi.

Nel grande romanzo dei mercati, il protagonista del 2025 non ha indossato una giacca tech né un elmetto da petrolio: ha brillato in silenzio. L’oro ha chiuso un anno da superstar, con un balzo intorno al 64–65% (a seconda dei conteggi) e nuovi massimi storici oltre quota 4.500 dollari l’oncia. E la domanda che rimbalza tra sale operative e scrivanie dei gestori è una sola: dopo una corsa così, arriva lo sgonfiamento? O il metallo giallo resterà “alto” ancora a lungo?

Per molti operatori la risposta è tutt’altro che rassicurante per chi spera in prezzi più “umani”: la traiettoria potrebbe restare elevata anche nel 2026, perché i motori che hanno acceso la fiammata non sono spenti. Le tensioni geopolitiche continuano a riscrivere le mappe del rischio, la partita dei dazi e delle barriere commerciali pesa sulle catene globali, mentre sullo sfondo cresce un tema che in finanza suona come una sirena: debiti pubblici in aumento e fiducia nelle valute che si incrina a fasi alterne.

Sui numeri, le cronache di fine anno raccontano un picco toccato a fine dicembre 2025: diverse rilevazioni indicano massimi nell’area 4.533–4.550 dollari l’oncia. La forchetta non è un dettaglio: dipende da mercato, orario e metodologia (spot, fixing, future). Ma il messaggio è identico: la soglia dei 4.500 è stata superata e il 2025 si è consegnato agli archivi come uno degli anni più esplosivi degli ultimi decenni.

Il paradosso è che, nonostante la fama di “bene rifugio”, l’oro non è un ascensore che sale e basta. La storia recente lo ricorda: dopo i massimi del 2011, le quotazioni arretrarono e ci vollero anni prima di rivedere quei livelli. In altre parole, l’oro può proteggere, ma sa anche punire chi entra convinto che sia una linea retta. Proprio per questo, oggi il mercato prova a distinguere tra spinta strutturale e euforia ciclica.

Tra le case d’investimento più seguite, alcune proiezioni si muovono su livelli che fino a poco tempo fa sembravano fantafinanza. Morgan Stanley ha indicato un possibile approdo a 4.800 dollari entro il quarto trimestre 2026, mentre HSBC ha ipotizzato che nel primo semestre 2026 il metallo possa arrivare a 5.000 dollari, pur avvertendo che nella seconda parte dell’anno non si può escludere una correzione se alcune tensioni si attenuassero.

Nel racconto dei gestori, il punto non è soltanto “quanto” può salire, ma “perché” continua a essere comprato anche a prezzi da capogiro. Il primo carburante è macroeconomico: quando i tassi scendono (o il mercato scommette su tagli), un asset che non offre cedole diventa relativamente meno penalizzato. Il secondo carburante è politico: in un mondo frammentato, l’oro è percepito come un valore che non dipende dalla promessa di pagamento di un singolo emittente.

Qui entra in scena la domanda più osservata di tutte: quella delle banche centrali. Negli ultimi anni molti istituti monetari hanno aumentato la quota di oro in riserva, anche come diversificazione rispetto al dollaro e come copertura da shock geopolitici. Una stima attribuita a Goldman Sachs parla di acquisti medi attorno a 80 tonnellate al mese nel 2026: un flusso che, se confermato, diventa un vero “pavimento” sotto i prezzi.

E non ci sono solo le autorità monetarie. Il 2025 ha visto un ritorno di interesse anche tra grandi investitori di lungo periodo, come fondi pensione e assicurazioni: non necessariamente per “fare il colpo”, ma per rendere più robusti i portafogli in un’epoca in cui le correlazioni tradizionali (azioni-obbligazioni) hanno smesso di essere affidabili al 100%. È una dinamica che alcuni strategist descrivono come “normalizzazione” dell’oro: non più eccezione, ma componente stabile, spesso con un peso attorno al 5% nelle allocazioni strategiche di chi punta alla resilienza.

Il resto lo fanno gli investitori più reattivi, quelli che inseguono trend e accelerazioni. L’oro, quando rompe massimi, diventa un magnete per flussi speculativi: future, opzioni, ETF. E ogni scossa geopolitica o commerciale può trasformarsi in benzina sul fuoco.

"Prevediamo ancora una crescita nel 2026": è la sintesi attribuita in interviste di mercato a Ian Samson di Fidelity, che lega la forza del metallo a un trittico ormai familiare agli investitori: fiducia valutaria più fragile, prospettive di tassi in calo e traiettorie del debito che restano in salita.

Il rischio, però, non è scomparso: si è solo spostato. Se nel 2025 il tema era “quanto può salire”, nel 2026 potrebbe diventare “quanto può oscillare”. Dopo una corsa verticale, anche un ritracciamento “normale” può sembrare un terremoto. Eppure, finché i grandi driver — geopolitica, tassi, debito, acquisti ufficiali — resteranno accesi, il metallo giallo continuerà a fare quello che sa fare meglio: brillare quando la fiducia vacilla.

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