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Tariffe Usa: incassi record ma debito e incertezza pesano su economia

- di: Bruno Coletta
 
Tariffe Usa: incassi record ma debito e incertezza pesano su economia
Tariffe Usa: incassi record ma debito e incertezza pesano sull’economia

I dazi portano entrate alle casse americane, ma frenano gli investimenti e lasciano un fardello di debito e incertezza a lungo termine

Il professor Alberto Bisin della NYU è chiaro: «che i dazi stiano portando dollari nelle casse americane non c’è dubbio». Tuttavia, aggiunge, l’incertezza che gravita attorno alla politica dei dazi — con tariffe che vanno dal 10 al 20%, senza sapere se resteranno o aumenteranno — sta bloccando investimenti strategici, frenando la crescita e comprimendo il medio-lungo termine. «Se oggi trasferisco la mia impresa negli Stati Uniti devo sapere che i dazi rimarranno alti a lungo», sottolinea, altrimenti il costo dell’investimento non conviene.

Incassi forti ma troppi conti in rosso

Secondo il Penn Wharton Budget Model, i dazi potrebbero generare fino a 5,2 trilioni di dollari su 10 anni. Solo nella seconda metà del 2025 sono stati raccolti 64 miliardi di dollari di dazi — un record, ma ben lontano dai 3 miliardi al giorno ventilati dall’amministrazione Trump.

Bisin avverte: «le proiezioni del debito americano sono elevatissime e i dazi non stanno avendo un effetto macroeconomico sulla struttura finanziaria del Paese».

Effetti collaterali: inflazione, frizioni e prezzo che pagano i consumatori

Un recente studio della Penn Wharton evidenzia che, nonostante i dazi possano aiutare a ridurre il deficit pubblico, PIL e salari calerebbero fino al 6% e 5% rispettivamente, con perdite pari a 22.000 dollari per famiglia media.

Tensioni tariffarie generano minor domanda, prezzi più alti e frenano produzione e commercio internazionale. Inoltre, un’analisi di J.P. Morgan prevede che il consumatore medio paghi circa 2.600 dollari all’anno in più per le merci importate.

Un’America più ricca? Ma a quale prezzo?

Uno studio di Anna Ignatenko e Ahmad Lashkaripour sostiene che, senza ritorsioni estere, i dazi potrebbero abbattere il deficit commerciale e far crescere il benessere. Ma con contromisure estere, il benessere Usa scenderebbe fino al 3,4%, con perdita di posti di lavoro globali.

Parallelamente, l’esplosione del debito federale Usa — triplicato fino a 37 trilioni di dollari — e la sfiducia verso il dollaro globale preparano il terreno per una crisi finanziaria.

Tariffe sì, ma solo su beni tangibili

Come spiega Bisin, i dazi non si applicano ai servizi. Così, se un’auto venduta contiene margine di consulenza e manodopera (3/4 del prezzo), questo non viene tassato.

Ciò conferma come il sistema produttivo americano — e globale — si basi sempre più su servizi mediati, svincolati dal peso delle tariffe.

Rischi concreti: inflazione e bancarotta del consenso

Dazi e politica fiscale espansiva spingono l’inflazione oltre il target del 2%, come dimostrano i dati CPI sul +2,7% di giugno. Le banche centrali rischiano di perdere autonomia se soggette a pressione politica, come Trump ha già minacciato nei confronti di Powell.

Confronto storico: dal 1930 a oggi

L’esperienza della Smoot‑Hawley del 1930 ricorda che «tariffe protezioniste acuite la Grande Depressione», azzerando commercio ed esportazioni. Gli economisti oggi concordano che, pur diverse nelle modalità, le logiche rimangono: protezionismo = costi reali superiori ai benefici immediati.

Che cosa suggeriscono gli esperti

Bisin (NYU): «servono chiarezza e stabilità nelle tariffe, altrimenti investimenti strategici muoiono».

Penn Wharton: «bilancio tra entrate straordinarie e danni economici a GDP, salari e benessere familiare sa più di patto col diavolo».

Ignatenko e co.: «dazi senza ritorsioni possono essere utili, ma qualsiasi reazione estera li trasforma in boomerang».

Taleb & Musk: «il peso cumulativo del debito rende la struttura finanziaria Usa vulnerabile a shock futuri».

 Un prezzo alto 

Gli Usa incassano, ma pagano un prezzo alto: il debito cresce, l’economia soffre, l’incertezza frena investimenti. Se la strategia trumpiana punta a redistribuire redditi dentro la nazione, il conto da pagare rischia invece di scaricarsi proprio su consumatori, imprese e futuro finanziario del Paese. Serve una visione coerente, non una partita a tariff-play: perché senza chiarezza, «un mondo con meno commercio è un mondo peggiore».

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