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Wall Street chiude sui record, ma il “caso Powell” agita il dollaro

- di: Matteo Borrelli
 
Wall Street chiude sui record, ma il “caso Powell” agita il dollaro
S&P 500 e Dow al massimo storico: tech e Walmart spingono, banche sotto pressione. Oro e argento volano su nuovi picchi, il biglietto verde scivola.

New York ha scelto la strada dell’aplomb: seduta nervosa in avvio, poi recupero e nuovi record di chiusura per i principali listini. Il S&P 500 ha terminato a 6.977,27 (+0,16%), il Dow Jones a 49.590,20 (+0,17%), mentre il Nasdaq ha chiuso a 23.733,90 (+0,26%). In sottofondo, però, la giornata è stata dominata da un tema che non riguarda utili o guidance, ma il cuore stesso della finanza americana: l’indipendenza della Fed e le tensioni attorno a Jerome Powell.

Il mercato, in sostanza, ha fatto due cose contemporaneamente: ha continuato a comprare azioni (soprattutto tecnologia e consumer staples), ma ha alzato il livello di copertura con i classici beni rifugio. La fotografia di fine seduta è chiarissima: indici su, dollaro giù, metalli preziosi in euforia.

A spingere l’azionario, secondo la lettura prevalente a Wall Street, è stata la combinazione tra rotazione settoriale e aspettative per l’avvio della stagione delle trimestrali. Il colpo d’ala più visibile è arrivato da Walmart, salita di circa +3% e diventata un vero “motore” dell’S&P 500 e del Nasdaq: l’attenzione degli operatori è legata anche alla sua prossima inclusione nel Nasdaq-100 (con l’idea, molto concreta, di flussi in arrivo dai fondi indicizzati).

Ma la stessa seduta che premia i colossi del retail e la tecnologia ha presentato il conto al mondo finanziario. Il settore è stato zavorrato da un’ondata di vendite su banche e società legate al credito al consumo, dopo la proposta di Donald Trump di un tetto temporaneo ai tassi delle carte di credito. Risultato: Citigroup ha chiuso in calo di circa -3%, American Express di -4,3%, Capital One di -6,4%, mentre Affirm ha lasciato sul terreno circa -6,6%. In pratica, la Borsa ha fatto il suo mestiere: ha premiato i business “difensivi” e i grandi nomi capaci di reggere il ciclo, e ha punito ciò che vive di spread, tassi e rischio regolatorio.

Il resto del tabellone ha mostrato un’ampia selezione di movimenti tra i big: tra i titoli più deboli si sono notati scivoloni su Qualcomm (circa -4,8%), Disney (circa -2,6%) e Intel (circa -3,3%), mentre nel paniere si sono visti rialzi più brillanti su nomi “growth” e industrial-tech come Teradyne (circa +3,3%). Il messaggio è lineare: giornata da “stock picker”, con i flussi che inseguono qualità e momentum e scaricano le aree più esposte alla politica dei tassi.

Il capitolo più esplosivo, però, si è scritto sui rifugi. L’oro ha infranto un’altra barriera psicologica e ha aggiornato i massimi: spot intorno a 4.609,58 $/oncia (dopo un picco intraday a 4.629,94), con i future Usa in rialzo e una narrativa che si autoalimenta tra incertezza politica e ricerca di protezione. L’argento ha fatto ancora di più: record a 86,22 $/oncia e poi scambi in area 85,39, con un’accelerazione che ha il sapore della “corsa” quando i flussi entrano in un mercato più piccolo e più sensibile.

"L’incertezza elevata gioca direttamente a favore del mercato dell’oro, e ogni settimana sembra aggiungersi un nuovo fronte di incertezza", è la sintesi attribuita a Michael Haigh di Société Générale. E sull’argento, che spesso segue l’oro ma con amplificatore acceso, la frase che circola tra i desk è ancora più diretta: "Quando l’argento intercetta i flussi, corre davvero: è un canale più piccolo ed è più sensibile ai movimenti in entrata e in uscita", osservazione associata a Ned Naylor-Leyland di Jupiter Asset Management.

Se i metalli hanno cantato, il dollaro ha stonato. Il Dollar Index (DXY) ha chiuso in flessione (circa 98,87), con l’euro risalito in area 1,1671. Anche il franco svizzero si è preso la scena, con il biglietto verde sceso verso 0,797 contro CHF. Più complesso il quadro contro lo yen: il dollaro ha tenuto (area 158,12), segno che in Asia pesano anche dinamiche interne e aspettative sui tassi giapponesi. In sintesi, il mercato valutario ha lanciato un avvertimento: quando la questione diventa “istituzionale”, la fiducia nella moneta si muove in fretta.

E il petrolio? Seduta meno teatrale rispetto ai metalli, ma comunque significativa: Brent in rialzo a 63,87 $/barile e WTI a 59,50, livelli descritti come i più alti da settimane. Il driver è stato un mix di rischio geopolitico e segnali operativi sul lato dell’offerta. Però il mercato resta “a due velocità”: da un lato il premio per il rischio, dall’altro l’idea di un 2026 potenzialmente più abbondante di barili e quindi più competitivo sui prezzi.

Il punto, arrivati a sera, è che Wall Street sta dimostrando una capacità quasi atletica di separare le storie: comprare record sull’equity, mentre si costruiscono difese su oro, argento e valute rifugio. È una forma di ottimismo condizionato: si scommette su utili e crescita, ma si paga un’assicurazione contro l’imprevisto politico-istituzionale. E quando l’assicurazione diventa così cara da spingere l’oro sopra 4.600 dollari, il messaggio è uno solo: il mercato sta facendo festa, sì, ma con l’uscita di sicurezza già ben illuminata.

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