Il mito di Dudù, l’ultimo baluardo della letteratura italiana

- di: Barbara Leone
 
Per tutti è stato il padre letterario di “Ferito a morte”, il suo più celebre romanzo che nel 1961 gli valse il Premio Strega. E il palazzo Donn’Anna, il presepe di Positano, i motoscafi, i ragazzi che non vogliono crescere. Ma Dudù La Capria, all’anagrafe Raffaele, è stato molto di più. E’ stato l’occhio di Napoli, ineguagliabile poeta di una Napoli che non esiste più. E che lui, più d’ogni altro ancora, ha magistralmente rappresentato in quell’infinito ed incontrollabile moto perpetuo di odi et amo tipico dei napoletani veri e veraci. Quelli che, innamorati alla follia della loro terra, fanno l’unica cosa possibile per non morire d’amore: andar via. E così fece. Valigia alla mano Dudù nel 1950 si trasferì a Roma con l’anima a pezzi e tradita da una città che non ha mai saputo valorizzare i suoi figli migliori.

Ed è nella Capitale, più che a Napoli, che nasce il mito di Dudù. Le feste più belle negli anni della Dolce vita erano sulla sua meravigliosa terrazza all’ultimo piano del Palazzo di Piazza Grazioli. Che, ironia della sorte, anni dopo ha visto il passaggio di un altro celebre Dudù: il barboncino del Cavaliere. Amici vicini allo scrittore giurano che fosse pure un po’ infastidito dalla fama del suo omonimo canino nell’immaginario nazionale e di quartiere. Non per il cagnolino in sé, ma per quell’intrinseco complesso di inferiorità che, a dispetto del talento, si portava dietro da tutta la vita. “Sono uno scrittore che non ha mai superato la linea del successo vero. E come diceva Ennio Flaiano mi considero un minore interessante”, diceva. E invece era un grande, che come tutti i grandi non ne aveva consapevolezza. Un maestro e un modello per tanti suoi colleghi, scrittori ma anche giornalisti vista la sua lunga carriera sulla carta stampata, che da lui hanno mutuato lo stile cristallino ma innanzitutto il rispetto e l’amore per la parola scritta.

Che non deve essere mai a casaccio, buttata lì sulla carte tanto per. La Capria le sceglieva bene le parole e, diceva, le metteva in ordine tra loro come un generale dispone le sue truppe per vincere una battaglia. Perché le parole scritte, più di tutto, riescono a trasmettere un’emozione. Quella che noi, avendolo stimato e amato, non riusciamo forse a mettere nero su bianco, perché è troppo il distacco tra il reale e l’immaginario anelato e mai svelato. Dudù se n’è andato, portandosi via parole e tormenti. Se n’è andato alla vigilia dei cento anni, che avrebbe compiuto nell’ottobre prossimo. E siamo tutti più poveri, perché era forse l’ultimo baluardo della grande letteratura italiana. Quel che è certo è che adesso la sua Napoli è più sola, più impaurita e piegata sul suo decadente presente. Oggi più che mai la città più struggente e contraddittoria del mondo è “ferita a morte”, orfana dell’ultimo suo cantore che con apparente distaccata ossessione l’ha amata sopra ogni altra cosa. Anche da lontano, ben conscio di non essere mai per davvero andato via. Come si fa sempre con un grande amore. Una città che Dudù La Capiria ha sempre rappresentato con l’onestà intellettuale, oggi praticamente ovunque perduta, di chi chiama le cose col loro nome per manifestarne misteri e virtù, volti ad illuminarne l’anima più recondita che può essere rivelata solo agli occhi più puri. 
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Italia Informa n° 3 - Maggio/Giugno 2022
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