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Auto elettriche, record Ue e nuova sfida alla Cina

- di: Vittorio Massi
 
Auto elettriche, record Ue e nuova sfida alla Cina

L’auto elettrica smette di essere una promessa e diventa, finalmente, un fatto economico. Nel cuore di una transizione discussa, rinviata e spesso contestata, il mercato europeo mette a segno il suo primo vero scatto. Nel secondo trimestre dello scorso anno, tra aprile e giugno, nel continente sono stati venduti oltre 720 mila veicoli elettrici e ibridi plug-in, con una crescita del 27% rispetto allo stesso periodo del 2024. Un risultato che a Bruxelles viene rivendicato come un record storico e che segna un cambio di passo nella strategia industriale dell’Unione.

I numeri arrivano dalla relazione trimestrale sui mercati europei dell’elettricità diffusa a metà gennaio 2026. La fotografia è chiara: la quota di mercato delle auto elettrificate ha raggiunto il 23% del totale delle nuove immatricolazioni. Un dato che colloca l’Europa ben al di sopra degli Stati Uniti, fermi intorno al 10%, ma ancora lontana dalla Cina, dove la penetrazione dell’elettrico e dell’ibrido supera ormai il 50% e viaggia verso il 60%.

Dietro la media continentale, però, si nascondono differenze profonde. A spingere l’acceleratore sono soprattutto i Paesi del Nord, dove politiche fiscali aggressive, infrastrutture diffuse e una maggiore sensibilità ambientale hanno creato un terreno fertile. La Svezia guida la classifica con il 62% delle nuove auto vendute già elettriche o plug-in. Subito dietro si collocano Danimarca (60%), Finlandia (54%) e Paesi Bassi (52%), mercati nei quali l’auto tradizionale a combustione interna sta rapidamente diventando minoritaria.

Se si guarda invece ai volumi assoluti, il peso delle grandi economie resta determinante. La Germania si conferma il primo mercato europeo con oltre 210 mila veicoli elettrici immatricolati tra aprile e giugno 2025. Un risultato significativo, soprattutto alla luce del rallentamento economico che ha colpito il Paese nello stesso periodo. La Francia segue a distanza, ma con numeri comunque robusti: oltre 104 mila nuove immatricolazioni elettriche nel trimestre.

Il dato tedesco e quello francese raccontano anche un’altra storia: la transizione elettrica non è più confinata ai mercati di nicchia o ai Paesi più piccoli, ma comincia a incidere davvero nei grandi bacini industriali. Un segnale incoraggiante per Bruxelles, che da anni cerca di conciliare gli obiettivi climatici con la tenuta occupazionale di uno dei settori simbolo dell’economia europea.

Secondo le stime ufficiali, la traiettoria di crescita è destinata a proseguire. Entro il 2030, in Europa potrebbero essere venduti circa 6 milioni di veicoli elettrici a batteria. Una previsione ambiziosa, ribadita davanti al Parlamento europeo dalla direttrice generale della Direzione Crescita, Kerstin Jorna. “Il nodo centrale resta la costruzione di una catena del valore delle batterie solida, resiliente e competitiva”, ha spiegato, indicando in questo passaggio la vera cartina di tornasole della sovranità industriale europea.

Il tema delle batterie è infatti il punto più delicato dell’intera strategia. Oggi una parte consistente delle celle utilizzate in Europa arriva dall’Asia, con una forte dipendenza tecnologica e industriale dalla Cina. Per ridurre questo squilibrio, la Commissione ha annunciato, nel pacchetto automotive di dicembre 2025, la mobilitazione di 1,5 miliardi di euro già nel corso del 2026 a sostegno della filiera europea delle batterie.

Le risorse proverranno in larga parte dal Fondo europeo per l’innovazione e saranno destinate a nuovi impianti produttivi, ricerca avanzata e tecnologie di accumulo di nuova generazione. Il primo bando è atteso a breve e, secondo fonti comunitarie, potrebbe rappresentare un banco di prova decisivo per attrarre investimenti privati e accelerare i tempi di realizzazione delle gigafactory europee.

Accanto agli incentivi, però, Bruxelles non intende abbassare la guardia sul fronte commerciale. Dopo mesi di tensioni, l’Unione ha raggiunto un’intesa con Pechino per superare il contenzioso sui dazi alle auto elettriche cinesi. Ma la partita è tutt’altro che chiusa. Il vicepresidente della Commissione Stéphane Séjourné sta spingendo per estendere le tariffe anche ai veicoli ibridi importati dalla Cina, sostenendo che siano realizzati nelle stesse condizioni di forte sostegno pubblico.

Le aliquote, già applicate alle e-car pure, variano tra il 7,8% e il 35,3%. Secondo un funzionario europeo vicino al dossier, “le aziende europee hanno bisogno delle stesse condizioni di parità per competere”. In altre parole, senza una protezione adeguata, il rischio è che il mercato venga rapidamente invaso da modelli a basso costo, mettendo in difficoltà i costruttori del Vecchio Continente.

La linea è chiara: sostenere la transizione, ma senza sacrificare l’industria. Una strategia che prova a tenere insieme ambiente, occupazione e geopolitica, in un contesto globale sempre più competitivo. Il record di vendite del secondo trimestre non risolve tutte le contraddizioni, ma segna un punto di non ritorno. L’auto elettrica, in Europa, non è più un esperimento: è una realtà industriale con cui fare i conti.

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