Consob, il governo frena su Freni: nomina rinviata e nervi tesi
Stop alla pista Federico Freni a Palazzo Chigi: Forza Italia spinge per un profilo tecnico, nel mirino i requisiti di indipendenza e gli incastri al Mef.
(Foto: Federico Freni).
La nomina del prossimo presidente della Consob si trasforma in un caso politico: nel Consiglio dei ministri di ieri la decisione attesa viene congelata, tra distinguo, sospetti e una tensione che fa rumore anche se la riunione dura appena una manciata di minuti. Il nome più chiacchierato alla vigilia era quello di Federico Freni, sottosegretario all’Economia e deputato della Lega. Ma l’accordo, se c’era, si rompe sul più bello.
Il calendario stringe: il mandato dell’attuale presidente Paolo Savona, in carica dal 2019, è in scadenza a inizio marzo 2026. Proprio per questo lo stop pesa: non è solo un rinvio tecnico, è il segnale che nella maggioranza il dossier “autorità indipendenti” è diventato terreno di confronto, e in controluce anche di regolamento di conti sulle caselle che contano.
La motivazione ufficiale del rinvio parla di approfondimenti sul requisito di indipendenza del futuro presidente e, più in generale, sulla tenuta formale della procedura. Traduzione politica: una parte della coalizione teme che una scelta percepita come “troppo di partito” apra la porta a critiche e rilievi, e vuole blindare il profilo prima di esporsi. Sullo sfondo si cita anche l’ipotesi di possibili osservazioni della Corte dei conti, eventualità che a Palazzo Chigi viene presa sul serio quando si parla di nomine sensibili.
La frattura più evidente corre tra Forza Italia e Lega. Da ambienti azzurri arriva la linea del “meglio un tecnico”: “La designazione di un politico alla Consob non ha mai convinto”, è il concetto messo nero su bianco in giornata da Raffaele Nevi. E la regia, viene fatto capire, è nelle mani del leader di Forza Italia, Antonio Tajani, che rivendica il ruolo di argine all’operazione e la necessità di una figura “riconosciuta dagli operatori”.
Dall’altra parte la Lega difende il proprio uomo e prova a smorzare il caso senza arretrare davvero. Matteo Salvini offre un assist che suona anche come rivendicazione: “Freni è stato un bravissimo sottosegretario all’Economia, può fare con altrettanta capacità altri ruoli”. Una frase che tiene insieme due messaggi: promozione del profilo e, insieme, disponibilità a una soluzione alternativa purché non diventi un veto politico contro il Carroccio.
Nel mezzo si muovono gli altri alleati. In Fratelli d’Italia la valutazione pubblica su Freni resta positiva, ma con un caveat pesante: è considerato una “pedina” importante al Mef e spostarlo significa scoprire un ruolo delicato proprio mentre la partita economica è piena di incognite. Un ragionamento che lascia intendere come la questione non sia solo “chi” va alla Consob, ma “chi” resta al ministero e con quale equilibrio interno.
Anche Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, interviene invitando a non trasformare la nomina in un derby ideologico: “Evitiamo veti pregiudiziali, soprattutto in un momento così delicato per l’economia italiana”. E aggiunge un sottinteso che pesa: non sempre il “tecnico”, da solo, garantisce scelte migliori. Il punto è che qui non si discute solo di competenze, ma di percezione e indipendenza: due parole che, quando si parla di vigilanza sui mercati, valgono quanto un curriculum.
Il rinvio, inoltre, si intreccia con gli incastri parlamentari: Freni è anche deputato e un suo eventuale passaggio a un incarico incompatibile aprirebbe scenari complessi, fino all’ipotesi di elezioni suppletive a Roma. Dettagli apparentemente tecnici, ma politicamente esplosivi: ogni casella spostata genera un effetto domino, soprattutto dentro una maggioranza che deve già gestire altri dossier di nomine.
E infatti, dietro il muro di “approfondimenti”, molti leggono una partita più ampia: il braccio di ferro su Consob rischia di diventare moneta di scambio su altre autorità e altre poltrone, a partire da quelle più ambite e più “sensibili” per l’economia. La sensazione è che nessuno voglia perdere la faccia: Forza Italia non intende farsi scavalcare, la Lega non vuole un “no” secco, Fratelli d’Italia punta a non concedere troppo e a tenere il timone.
Risultato: tutto rimandato, almeno di qualche giorno, con la necessità di arrivare a una soluzione prima della scadenza di Paolo Savona. La scelta finale dirà molto non solo su chi guiderà la vigilanza dei mercati, ma anche sullo stato reale dei rapporti nella maggioranza: perché quando una nomina si blocca così, il messaggio è chiaro. Non è un dettaglio amministrativo. È politica, allo stato puro.