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Iran-USA, minacce incrociate: Teheran alza tiro su Israele e basi Usa

- di: Bruno Coletta
 
Iran-USA, minacce incrociate: Teheran alza tiro su Israele e basi Usa
Iran-USA, avvertimenti e minacce: Teheran alza il tiro su Israele

Dalle piazze iraniane alle stanze del Pentagono: Trump avverte, la Repubblica islamica promette ritorsioni su basi e alleati. Il rischio è una spirale regionale. 

(Foto: la Guida Suprema dell’Iran, Ayatollah Ali Khamenei).

La scena è quella di un braccio di ferro che si muove su due piani, entrambi esplosivi: da un lato le proteste in Iran e la risposta del potere; dall’altro la pressione crescente degli Stati Uniti, con segnali che vanno dal linguaggio muscolare alla valutazione di opzioni operative. Il punto di rottura, in queste ore, è una frase che pesa come un detonatore: la minaccia iraniana di colpire Israele e le basi americane nella regione se Washington dovesse attaccare.

Il messaggio politico, filtrato da dichiarazioni pubbliche e ricostruzioni giornalistiche, è chiaro: per Teheran un intervento statunitense non resterebbe confinato a un “episodio” bilaterale, ma aprirebbe un fronte multiplo. In particolare, la leadership iraniana ha indicato come “obiettivi” sia il partner israeliano degli americani sia l’infrastruttura militare Usa in Medio Oriente. In sintesi: se scatta il colpo, la risposta non sarebbe simbolica.

Sul fronte americano, il presidente Donald Trump ha alternato messaggi di sostegno ai manifestanti e avvertimenti al regime. Nei giorni scorsi, secondo quanto riferito da ricostruzioni giornalistiche statunitensi (10-11 gennaio 2026), avrebbe fatto capire che una repressione sanguinosa potrebbe innescare una reazione americana “molto dura”, pur senza parlare di truppe sul terreno. Il tono è quello di chi vuole tenersi tutte le opzioni in tasca: deterrenza, pressione economica e, in ultima istanza, colpi mirati.

I discorsi diretti sono stati usati come leva politica. "Fareste meglio a non cominciare a sparare, perché altrimenti spareremo anche noi", è la linea attribuita al presidente in una delle uscite pubbliche riprese da fonti giornalistiche (10 gennaio 2026). In un altro messaggio social, sempre secondo le stesse ricostruzioni, la Casa Bianca avrebbe ribadito il concetto in chiave “pro-popolo”: "L'Iran cerca la libertà... Gli Usa sono pronti ad aiutare" (10-11 gennaio 2026).

Nel mezzo c’è la macchina decisionale. Sempre secondo ricostruzioni della stampa americana (10-11 gennaio 2026), al Pentagono sarebbero già state presentate opzioni con una possibile lista di obiettivi, inclusi siti sensibili anche non strettamente militari nell’area di Teheran. È il tipo di dettaglio che, da solo, fa cambiare temperatura alla crisi: perché segnala che non si parla più solo per “avvertimenti”, ma si valuta la fattibilità di scenari.

A complicare il quadro c’è il fattore energetico. La pressione può passare anche dal mare: l’idea di colpire la capacità iraniana di esportare petrolio, per esempio attraverso sequestri o blocchi selettivi di petroliere, viene discussa nell’arena mediatica statunitense come opzione “meno invasiva” ma potenzialmente devastante per l’economia del regime. È una strada che, per definizione, tocca anche i mercati globali: ogni mossa su greggio e rotte di approvvigionamento si riflette sui prezzi e sugli equilibri geopolitici.

Dentro l’Iran, intanto, la cronaca delle manifestazioni resta frammentata: in diversi momenti si è parlato di restrizioni alla rete e difficoltà di comunicazione, con conseguente opacità sulla reale entità di arresti e vittime. Fonti internazionali e osservatori per i diritti umani (aggiornamenti tra 10 e 11 gennaio 2026) descrivono un contesto di forte pressione sulle piazze e di interventi delle forze di sicurezza, con una linea che il governo giustifica come “ordine pubblico” e che gli oppositori leggono come repressione.

Nel confronto politico americano emerge anche un asse interno all’amministrazione. Secondo la cronaca politica statunitense, il segretario di Stato Marco Rubio ha assunto toni più interventisti di altri esponenti, rilanciando sui social il sostegno al popolo iraniano. La diplomazia, però, non è soltanto una questione di parole: in questa fase, ogni dichiarazione ufficiale viene letta come un segnale di intenzione.

C’è poi la variabile “opposizione in esilio”. Il nome che circola con insistenza è quello di Reza Pahlavi, figura simbolica e riferimento per una parte del dissenso. Secondo quanto riportato da ricostruzioni giornalistiche, Trump avrebbe escluso, almeno per ora, un incontro diretto con lui, preferendo capire chi emerga davvero dalle piazze. È una mossa tattica: legarsi troppo presto a un volto può essere un boomerang, soprattutto se la protesta resta fluida e senza un’unica leadership.

Il contesto regionale è quello che rende tutto più pericoloso. Israele è direttamente evocato nella minaccia iraniana e guarda alla crisi con comprensibile nervosismo, perché sa che qualunque escalation tra Washington e Teheran può trasformarsi in un confronto per procura o, peggio, in un conflitto a più livelli. In questa cornice, i riferimenti alle “basi Usa” funzionano da moltiplicatore: coinvolgono Paesi ospitanti e corridoi logistici, allargando la mappa dei possibili incidenti.

Sullo sfondo pesa anche la memoria degli attacchi e contro-attacchi legati al dossier nucleare e alle capacità missilistiche iraniane, con siti e località che tornano ciclicamente nel dibattito strategico. La pressione del governo israeliano, secondo ricostruzioni giornalistiche di fine 2025 e inizio 2026, avrebbe spinto per mantenere alta la soglia d’attenzione, soprattutto sulle capacità missilistiche e su eventuali riprese delle attività sensibili. In questo campo, la differenza tra “segnale” e “azione” può essere questione di ore.

In definitiva, la crisi si regge su un equilibrio fragile: Trump vuole mostrare forza senza impantanarsi; Teheran alza la voce per dissuadere e compattare; Israele si prepara al peggio perché è chiamato in causa. E intanto, nelle strade iraniane, la partita vera resta quella tra protesta e repressione. Il rischio, adesso, è che un’escalation “per interposta dichiarazione” diventi un’escalation reale, trascinando la regione in un’altra stagione di instabilità. 

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