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Dazi Usa al 30%, l’allarme di Orsini (Confindustria): “Serve un fronte europeo”

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Dazi Usa al 30%, l’allarme di Orsini (Confindustria): “Serve un fronte europeo”

Un allarme netto, accompagnato da numeri durissimi. Confindustria mette nero su bianco le conseguenze di un’eventuale impennata dei dazi statunitensi sui prodotti europei al 30%: l’export italiano perderebbe 38 miliardi di euro entro il 2027 e il Pil subirebbe una contrazione stimata dello 0,8%. È la previsione più pessimistica, ma anche quella più concreta, nel caso in cui le tensioni tra Stati Uniti e Unione Europea si traducano in barriere commerciali strutturali. Il documento diffuso dagli industriali italiani non è solo un appello tecnico. È una dichiarazione di urgenza politica.

Dazi Usa al 30%, l’allarme di Orsini (Confindustria): “Serve un fronte europeo”

I nuovi dazi, se confermati, rischiano di colpire soprattutto i settori ad alto valore aggiunto del made in Italy: meccanica, agroalimentare, moda, automotive. E potrebbero innescare una reazione a catena nel mercato del lavoro, nelle filiere, nei prezzi. Non si tratterebbe più solo di uno scontro tra Washington e Bruxelles, ma di un impatto diretto sulla tenuta del sistema produttivo italiano.

Il caso Stellantis: consegne giù, rosso a 2,3 miliardi
Nel frattempo, iniziano a vedersi i primi segnali tangibili. Stellantis registra un calo delle consegne del 6% nei primi sei mesi dell’anno. Il bilancio operativo segna un passivo di 2,3 miliardi di euro, con un’accelerazione del peggioramento negli ultimi due mesi. È il primo effetto concreto del nuovo clima globale, in cui le aziende automobilistiche si trovano strette tra l’aumento dei costi, la riorganizzazione delle filiere e l’instabilità normativa.

Il gruppo nato dalla fusione tra FCA e PSA, considerato il simbolo dell’integrazione industriale euro-americana, si ritrova oggi esposto su più fronti. E se i dazi dovessero entrare a pieno regime, l’intero settore rischierebbe di diventare terreno di scontro geopolitico, più che economico. I dati parlano chiaro: il made in Italy non è pronto a reggere una barriera doganale così alta su uno dei mercati più strategici al mondo.

La posizione di Confindustria: “Serve un fronte europeo”
Per Confindustria, la priorità è politica. Il presidente Emanuele Orsini ha chiesto un intervento immediato del governo italiano per coordinarsi con gli altri partner Ue e cercare di ricomporre il quadro prima che la crisi diventi strutturale. “Non possiamo permetterci di perdere competitività in un momento in cui già affrontiamo la stretta monetaria, la debolezza della domanda interna e la concorrenza cinese”, afferma una nota diffusa da Viale dell’Astronomia.

Il rischio, avverte Confindustria, è che i dazi americani diventino un pretesto per innescare una nuova fase di isolamento commerciale. E che il sistema Paese, privo di politiche industriali condivise a livello europeo, finisca per pagare il prezzo più alto. Da qui la richiesta di una cabina di regia tra esecutivo, imprese e Bruxelles, per evitare lo scenario peggiore: una recessione da dazi.

Effetti già in atto: 300 milioni di perdita immediata
Sebbene le misure definitive non siano ancora operative, alcuni effetti si sono già manifestati. Le prime stime parlano di 300 milioni di euro già persi in commesse e contratti sospesi, soprattutto nei settori meccanico e agroalimentare. Piccole e medie imprese stanno rivedendo le proprie strategie di export, alcune interrompendo forniture negli Stati Uniti, altre cercando mercati alternativi. Ma nessuna di queste soluzioni è indolore.

L’export rappresenta da anni uno degli assi portanti del Pil italiano. Un crollo nei rapporti commerciali con gli Stati Uniti non sarebbe solo una frenata congiunturale, ma un cambiamento strutturale del posizionamento internazionale dell’Italia. Il rischio è quello di una lunga fase di ridimensionamento, che potrebbe compromettere anche i programmi di crescita finanziati con risorse europee.

La variabile politica e le mosse attese del governo
A Palazzo Chigi il dossier è aperto, ma al momento non ci sono linee definite. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha parlato di “contatti costanti con i partner statunitensi”, ma non ha fornito dettagli sulle contromisure. In ambienti governativi si valuta anche un potenziamento degli strumenti di supporto all’export, ma la vera partita si giocherà a Bruxelles, dove si attende una posizione comune.

La finestra per intervenire è stretta. E il tempo per negoziare, prima che i dazi diventino realtà, si misura in settimane. Se l’Italia non riuscirà a spingere l’Europa su una linea compatta e pragmatica, lo scenario tracciato da Confindustria potrebbe non restare sulla carta. Potrebbe diventare la fotografia di un Paese che perde terreno mentre altri costruiscono nuove alleanze.

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