Pensioni al 48% del reddito medio fino al 2031, pacchetto da 185 miliardi e ribellione rientrata nella CDU: come una legge previdenziale è diventata il test di sopravvivenza politica del cancelliere.
(Foto: il cancelliere tedesco Friedrich Mertz).
Alla fine, il voto è arrivato e il governo non è caduto. Il Bundestag ha approvato la riforma delle pensioni voluta dal cancelliere Friedrich Merz, trasformata nelle ultime settimane in un referendum politico sulla tenuta della sua fragile maggioranza. La legge garantisce che le pensioni pubbliche rimangano al 48% del reddito medio fino al 2031, introduce incentivi fiscali per chi continua a lavorare oltre l’età pensionabile e rafforza la cosiddetta “Mütterrente”, il trattamento per le madri (e i padri) che hanno interrotto la carriera per crescere i figli.
Il prezzo di questo compromesso è salato: il pacchetto vale circa 185 miliardi di euro in 15 anni. Un conto che alimenta lo scontro generazionale e apre una domanda di fondo: la Germania sta difendendo il suo Stato sociale o sta spostando il conto sulle spalle dei più giovani?
Cosa prevede davvero la riforma
Il cuore politico e simbolico del provvedimento è la “sbarra” del 48%: il livello minimo del rapporto tra pensione media e salario medio che lo Stato si impegna a mantenere fino al 2031. Senza questa clausola, il tasso di sostituzione sarebbe sceso progressivamente, in linea con le riforme varate negli anni Duemila per mettere in sicurezza il sistema contributivo.
La riforma approvata dal Parlamento contiene tre pilastri principali:
- Garanzia del 48% fino al 2031: il rapporto tra pensione media e retribuzione media resta bloccato a questo livello, considerato dai socialdemocratici la “linea rossa” oltre la quale scatterebbe una riduzione del tenore di vita degli anziani.
- Incentivi per lavorare oltre l’età pensionabile: dal 2026 chi continuerà a lavorare dopo l’età di pensione (oggi 66 anni, destinati a diventare 67 nel 2031) potrà guadagnare fino a 2.000 euro al mese esentasse, oltre alla pensione. L’obiettivo è trattenere più a lungo sul mercato del lavoro lavoratori esperti.
- Estensione della “Mütterrente”: vengono riconosciuti ulteriori crediti pensionistici per chi ha avuto figli prima del 1992, categoria ancora penalizzata rispetto ai genitori più giovani. Si tratta di anni figurativi aggiuntivi che aumentano l’assegno di circa alcune decine di euro al mese per figlio, con un impatto stimato in oltre 60 miliardi entro la fine degli anni Trenta.
In parallelo, il governo punta a rafforzare i piani pensionistici privati e aziendali, nel tentativo di spostare parte del rischio demografico sul secondo e terzo pilastro, senza toccare per ora in modo diretto l’età legale di ritiro.
I numeri del voto e la ribellione rientrata
Il voto in Bundestag è stato tutto fuorché tranquillo. La riforma è passata con poco più della maggioranza assoluta, grazie ai voti congiunti dei conservatori e dei socialdemocratici e all’astensione strategica della sinistra radicale.
Il momento più delicato per Merz è stato rappresentato dalla rivolta interna dei diciotto deputati della Junge Union, l’ala giovanile conservatrice, che hanno minacciato di affossare il testo. A loro giudizio, il pacchetto è troppo generoso con l’attuale generazione di pensionati e rischia di ingessare i conti pubblici per decenni.
Nel mirino in particolare una possibile estensione, dopo il 2031, del vincolo del 48%, che secondo le stime circolate tra i ribelli potrebbe costare oltre 120 miliardi di euro entro il 2040. Per i giovani deputati, mantenere così alto il livello delle pensioni senza modificare in profondità il resto del sistema significa “scaricare il conto sui contribuenti di domani”.
Di fronte alla minaccia di un clamoroso voto di sfiducia nei fatti, Merz ha alzato la posta: ha annunciato di voler ottenere il via libera al pacchetto senza appoggi dall’opposizione, trasformando la riforma in un voto di fiducia politico sulla sua leadership. Alla fine alcuni dei dissidenti si sono allineati, altri hanno votato contro o si sono astenuti, ma la legge è passata e la crisi di governo è stata, almeno per ora, evitata.
Die Linke si astiene: opposizione ma non troppo
A rendere possibile il successo del cancelliere è stata una mossa tanto inattesa quanto decisiva di Die Linke, il partito della sinistra radicale. Pur avendo contestato per anni le riforme che hanno reso più magro il sistema previdenziale tedesco, i deputati della formazione hanno scelto di non votare contro.
In Aula, la presidente del gruppo parlamentare, Heidi Reichinnek, ha rivendicato una linea di difesa del livello attuale delle pensioni. “Non permetteremo che il livello delle pensioni venga ulteriormente abbassato”, ha dichiarato, spiegando che l’astensione serve a non far fallire la clausola del 48% che fa da “binario di sicurezza” per gli assegni.
Una posizione paradossale solo in apparenza: Die Linke continua a criticare il governo Merz su fisco, lavoro e politiche sociali, ma ha scelto in questo caso di anteporre la difesa dei pensionati alla possibilità di infliggere un duro colpo politico all’esecutivo.
Il conto per lo Stato: 185 miliardi e un sistema sotto pressione
Il pacchetto previdenziale approvato a Berlino non è un ritocco marginale. Le stime ufficiali indicano un costo complessivo di circa 185 miliardi di euro in un orizzonte di 15 anni, fra maggiore spesa pensionistica e minori entrate fiscali dovute agli sgravi per chi lavora oltre l’età pensionabile.
Il problema è che la Germania, come gran parte dell’Europa, invecchia rapidamente. Il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati, oggi già teso, è atteso scendere verso 1,3 lavoratori per pensionato entro il 2050. In queste condizioni, anche piccoli aumenti di generosità del sistema si traducono in cifre enormi a carico del bilancio pubblico.
Organismi internazionali come l’Ocse hanno più volte sottolineato come le riforme degli ultimi anni abbiano sì consolidato la sostenibilità del sistema tedesco, ma al prezzo di prestazioni meno generose e di un maggior ricorso alla previdenza privata. Il nuovo pacchetto, che blocca temporaneamente la discesa delle pensioni, va nella direzione opposta: tutela il potere d’acquisto degli anziani, ma aumenta la pressione sui conti pubblici proprio mentre il Paese deve investire in transizione energetica, difesa e innovazione.
La scommessa del lavoro più lungo
Per difendersi dall’accusa di spendere a debito sulle spalle dei giovani, il governo Merz insiste sugli incentivi al prolungamento della vita lavorativa. L’idea è semplice: se più persone restano al lavoro oltre l’età di pensione, si allarga la base contributiva e si riduce la durata media del periodo in cui si percepisce la pensione.
La misura-chiave è la soglia di 2.000 euro al mese di reddito da lavoro esente da imposte per chi ha già maturato il diritto alla pensione. È un segnale soprattutto per i lavoratori qualificati, che oggi spesso scelgono il ritiro anticipato, e per chi svolge mansioni che consentono un’uscita graduale dal mercato del lavoro.
Gli economisti sono divisi. Per alcuni, si tratta di un passo necessario: in un contesto di carenza di manodopera, incentivare i lavoratori anziani a restare attivi è una leva efficace. Altri ritengono che, da sola, la misura sia insufficiente e rischi di avvantaggiare soprattutto chi ha già una pensione relativamente alta e lavori poco usuranti, lasciando ai margini chi ha carriere discontinue o occupazioni fisicamente pesanti.
Mütterrente, il capitolo sensibile delle madri
La “Mütterrente” è uno dei capitoli politicamente più sensibili della riforma. Introdotta per riconoscere il lavoro di cura svolto in famiglia, è stata ampliata più volte negli ultimi anni. Oggi i genitori – soprattutto madri – ricevono punti pensione aggiuntivi per ogni figlio, come se avessero versato contributi pari a quelli di un lavoratore con reddito medio, anche nei periodi in cui non lavoravano.
Con l’ultima riforma, chi ha avuto figli prima del 1992 riceve un riconoscimento più ampio, riducendo la distanza rispetto ai genitori più giovani. Circa 10 milioni di persone sono interessate dalla misura, con un impatto particolarmente marcato sulle pensioni femminili, che in Germania restano in media nettamente inferiori a quelle maschili.
I critici, però, sottolineano che la Mütterrente tende a favorire soprattutto chi ha già posizioni previdenziali relativamente solide. Chi vive vicino alla soglia dell’assegno sociale rischia di vedere l’integrazione al minimo ridursi nella stessa misura dell’aumento della pensione contributiva, con un effetto netto quasi nullo.
Giovani contro anziani: il nodo generazionale
La battaglia interna alla CDU, guidata dai deputati della Junge Union, fotografa lo scontro che attraversa l’intera società tedesca: chi paga il conto dell’invecchiamento? Per i giovani conservatori, garantire pensioni elevate senza toccare l’età pensionabile o i meccanismi di indicizzazione significa blindare il potere d’acquisto degli attuali pensionati e dei baby boomer a spese delle generazioni successive.
Gli oppositori della riforma ricordano che, mentre le pensioni vengono protette, i giovani lavoratori devono fare i conti con affitti alle stelle, carriere più frammentate e la prospettiva di versare contributi per decenni con rendimenti futuri meno generosi. Da qui l’accusa al governo di praticare un “patto intergenerazionale squilibrato”.
Dall’altra parte, i sostenitori della riforma ricordano che molti pensionati tedeschi non sono affatto privilegiati: vivono con assegni modesti, spesso in aree dove il costo della vita è aumentato rapidamente. Per loro, una discesa sotto il 48% del reddito medio avrebbe significato, nel giro di pochi anni, scivolare verso il rischio di povertà in vecchiaia.
Il confronto con l’Europa e il “dopo 2031”
Nel confronto europeo, il sistema tedesco resta relativamente prudente rispetto a Paesi dove il rapporto tra pensione e ultimo stipendio è più alto, ma spesso meno sostenibile. Negli ultimi vent’anni Berlino ha guidato la stagione delle riforme strutturali, alzando gradualmente l’età pensionabile e rafforzando i pilastri privati.
La scelta di fissare una soglia minima fino al 2031 non ribalta questa impostazione, ma la attenua. È una pausa di redistribuzione in un percorso altrimenti improntato alla prudenza finanziaria. Il vero interrogativo è cosa accadrà dopo il 2031: il testo approvato prevede che entro il 2026 il governo presenti una riforma più organica, che potrebbe includere un ulteriore slittamento dell’età pensionabile effettiva e nuovi incentivi alla previdenza integrativa.
Per ora, Merz ha comprato tempo politico e stabilità parlamentare. Ma il dossier pensioni tornerà sul tavolo: le proiezioni demografiche e l’andamento dei conti pubblici renderanno inevitabile una nuova stagione di aggiustamenti.
Merz tra vittoria parlamentare e debolezza politica
La riforma delle pensioni passerà alla storia non solo come un pacchetto di misure sociali e fiscali, ma come il primo vero crash test politico per il cancelliere Merz. Negli ultimi mesi il governo è stato travolto da sondaggi in calo, tensioni sulle politiche economiche e sull’Europa, polemiche interne alla coalizione.
La vittoria sul fronte previdenziale consente al cancelliere di presentarsi come il leader che “porta a casa le riforme” nonostante resistenze e veti incrociati. Ma il prezzo pagato, in termini di fratture interne alla CDU/CSU e di esposizione ai dossier più sensibili – a partire da quello del debito e della disciplina di bilancio – è tutt’altro che trascurabile.
Nel frattempo, all’esterno del Parlamento, crescono il sostegno alle forze populiste e la diffidenza di una parte dell’elettorato giovane, che fatica a riconoscersi in un’agenda percepita come troppo sbilanciata sulla difesa dei diritti acquisiti.
Un equilibrio provvisorio
La fotografia che esce dal voto sulle pensioni è quella di una Germania in bilico: dilaniata tra la volontà di proteggere il proprio modello sociale e la necessità di adattarlo a una popolazione che invecchia e a un’economia sotto pressione.
Per ora, pensionati e futuri pensionati tirano un sospiro di sollievo: il 48% è salvo, la Mütterrente viene rafforzata, chi vuole continuare a lavorare lo potrà fare con vantaggi fiscali. Ma all’orizzonte resta la domanda che ha animato la ribellione della Junge Union e le critiche degli economisti più severi: chi pagherà il conto quando la finestra del 2031 si chiuderà?