Addio a Jean Luc Godard, maestro della Nouvelle Vague che ha rivoluzionato il cinema

- di: Barbara Bizzarri
 
Prima la morte di Mikhail Gorbaciov, poi la Regina Elisabetta, e a distanza di una manciata di giorni l’addio a Jean Luc Godard, 91 anni quasi tutti dedicati a rivoluzionare il cinema, mettono il sigillo su un’epoca ormai conclusa e su quanto restava dei baluardi del Novecento: ha voluto che fosse resa pubblica la sua decisione di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera, nella sua casa di Rolle, sulle rive del lago di Ginevra. Non era malato, hanno confermato i suoi produttori e la moglie, Anne Marie Mièville, bensì “semplicemente esausto” e, come aveva dichiarato nel 2014, non voleva finire la sua vita “trascinato su una carriola”.

Addio a Jean Luc Godard, maestro della Nouvelle Vague

Maestro visionario del cinema francese, stella polare di grandi registi come Quentin Tarantino che gli ha dedicato la sua casa di produzione e da lui in cambio ha preso ispirazione per il ballo iconico tra Uma Thurman e John Travolta in Pulp Fiction mutuato da Bande à part, seducente film del 1964 che narra la storia di una rapina, fucina di spunti anche per Bertolucci che riprende la corsa nel Louvre con i suoi Sognatori. Godard ha riscritto la storia del cinema, ha plasmato su di sé la settima arte fino a renderla, come la definì Jean-Marie Frodon, “una specie di foresta magica in cui ci si perde a piacere” e in cui si può trovare ciò che si vuole nella continua evoluzione dei contrasti, insiti nella personalità del regista, nutriti anche dai suoi studi di etnologia, materia in cui si è diplomato alla Sorbona nel 1949 e dal suo spirito sempre in forte contraddizione, chiedendosi di ogni cosa, ”ma non potrebbe essere il contrario?”.

La strada che porta al cinema inizia con il giornalismo e gli articoli in cui difende il cinema americano, continua con un documentario, Opération béton, girato nel 1955 in Svizzera per la costruzione di una diga e, dopo alcuni corti, approda a Fino all’ultimo respiro, soggetto offerto da François Truffaut, pellicola a basso costo che nel 1960 racconta la storia della breve e burrascosa relazione tra l’assassino di un poliziotto e una studentessa americana con i volti di Jean Paul Belmondo e Jean Seberg. Il film riscrive le regole del cinema: riprese nelle strade e non negli studi, echi di polizieschi americani, sguardi in macchina e un montaggio definito “sconnesso” che privilegia umori e slanci dei personaggi.

La Nouvelle Vague iniziata con I 400 colpi di Truffaut è consolidata, portabandiera di un cinema che segue un’unica regola, filmare quello che si ha voglia di riprendere. Una comunicazione libera che cresce nelle opere successive e a volte si disgrega in confusi tentativi di satira oppure incorre nelle ire dei produttori, come Carlo Conti che massacrò Il Disprezzo nel 1963 mentre oggi Brigitte Bardot, unica protagonista superstite, scrive sui social dicendogli che non sarà mai dimenticato, col il suo cuore spezzato accanto. Agli albori della sua arte segue una carriera ricca, intensa, in cui è stato osannato e disprezzato, nell’inevitabile alternanza di polveri e altari di chi cambia il mondo, che ne sia consapevole o meno. Negli anni Ottanta capì che la tv aveva ucciso non soltanto la radio ma pure il cinema, però non gli dispiacque: fu uno stimolo per lui, e girò fra gli altri la narrazione in semioscurità di Prénom Carmen nel 1983 e poi Cura la tua destra nel 1987, titoli che continuano a modificare le forme tradizionali del linguaggio cinematografico.

Durante gli anni Novanta il percorso continua fino ad oggi con il pensiero rivolto all’essenza del cinema:”La storia del cinema è la grande storia. È la vicenda del XIX secolo che si è risolta nel XX secolo. E noi possiamo trasformare questa storia proiettabile in memoria. È l’unica che abbiamo ed è tutto ciò che possiamo fare, è la grande Storia e non è mai stata raccontata”, ecco il fulcro di tutti i suoi film fino all’ultimo Le Livre d’image, Palma d’Oro speciale al Festival di Cannes 2018, che non ha ritirato.
Il critico cinematografico Olivier Séguret disse una volta: "Il cinema di Godard assomiglia alla vita. La diffrazione dei suoni, delle immagini, questo disordine che è allo stesso tempo caotico e orchestrato, è la cosa più vicina alla vera forma di vita". Chi non ha mai ascoltato la radio guardando un film contemporaneamente, con i rumori della vita in sottofondo, probabilmente non può capire. La scena che lo racconta tutto, nella sua poesia e fame di movimento, lui che aveva viaggiato praticamente ovunque esiste in un suo corto del 1982: in Lettre à Freddy Buache, Godard fa fermare l'auto della sua squadra sulla corsia di emergenza di un'autostrada per filmare una sequenza, perché sarà bellissima. La polizia appare e gli chiede cosa ci faccia lì e il regista, con grande serietà, spiega: “C'è stata un'emergenza!”.
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Italia Informa n° 5 - Settembre/Ottobre 2022
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