(Foto: fotomontaggio della rivolta in Iran).
La capitale e decine di altre città iraniane sono state attraversate nella notte da cori e cortei contro la Repubblica islamica. È il quattordicesimo giorno consecutivo di mobilitazioni e, secondo osservatori internazionali, siamo davanti al movimento più vasto dal 2022. Il tutto avviene sotto una cappa di buio digitale: internet e telefoni restano quasi del tutto bloccati, rendendo difficilissima la verifica indipendente dei fatti e amplificando la paura.
A Rasht, nel nord del Paese, una fotografia circolata tramite canali criptati mostra il corpo di un manifestante steso a terra, coperto da un lenzuolo bianco, in una pozza di sangue. È diventata il simbolo della stretta annunciata dalle autorità contro quelli che definiscono “vandali”, “criminali” e ora persino “terroristi”. Il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad ha avvertito che chi scende in piazza è un “nemico di Dio”, un’accusa che nel sistema giudiziario iraniano può portare alla pena di morte.
Nel frattempo la televisione di Stato continua a trasmettere immagini selezionate: strade apparentemente deserte o cortei filo-governativi durante i funerali di agenti uccisi negli scontri. Ma fuori dall’obiettivo ufficiale le piazze ribollono. Da Teheran a Mashhad, da Tabriz ad Ahvaz, migliaia di persone urlano “Lunga vita al re”, “L’Iran sarà libero”, “Morte al dittatore”. Gli slogan rispondono all’appello di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià deposto nel 1979, che dall’esilio invita a non abbandonare le strade e promette una transizione democratica.
“Non lasciate le piazze, questo è il momento decisivo per riprenderci il Paese”, è il messaggio che gli attivisti attribuiscono a Reza Pahlavi e che circola sui canali clandestini rimasti attivi grazie a collegamenti satellitari e reti alternative.
Le cifre sulle vittime restano frammentarie, proprio a causa del blackout. Secondo l’ong Human Rights Activists News Agency i morti dall’inizio delle proteste sarebbero almeno 65, di cui 49 civili, mentre gli arresti supererebbero quota 2.300. L’organizzazione curda Hengaw segnala anche decessi tra le forze di sicurezza. Medici di tre ospedali di Teheran, citati da media internazionali, parlano di reparti sovraffollati da giovani colpiti alla testa e al cuore.
Un video verificato dal portale di fact-checking FactNameh mostra genitori e parenti che cercano i loro cari tra corpi ammassati in un capannone. La scena, raccontano gli attivisti, è quella di una caccia all’uomo che rischia di trasformarsi in una spirale di sangue.
I Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, hanno lanciato un messaggio gelido: difendere le “conquiste della rivoluzione islamica” è una linea rossa. Anche l’esercito regolare è intervenuto con una nota in cui promette di proteggere “interessi nazionali e infrastrutture strategiche”, evitando però di citare direttamente la Repubblica islamica. Un dettaglio che molti leggono come una crepa nel fronte del potere.
Nel mondo del lavoro qualcosa si muove. Fonti degli attivisti riferiscono che gruppi di camionisti hanno iniziato uno sciopero e che settori dell’industria e del petrolio potrebbero seguirli, accogliendo l’appello di Reza Pahlavi a “bloccare il Paese” per costringere il regime a trattare.
Il governo, invece, punta il dito all’estero. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi accusa Stati Uniti e Israele di fomentare le rivolte. Il presidente Masoud Pezeshkian, inizialmente più cauto, ha cancellato un discorso annunciato per la serata di ieri e potrebbe parlare oggi, mentre le autorità preparano una manifestazione filo-regime per mostrare forza nelle piazze.
Dalla notte tra il 10 e l’11 gennaio arrivano nuove conferme di una capitale in fermento. Secondo un lancio ANSA (11 gennaio 2026, ore 06:35) su base AFP, gli slogan antigovernativi hanno riempito le strade di Teheran nonostante una repressione sempre più dura e il blackout di internet quasi totale, con i monitor di NetBlocks che indicano una connettività prossima allo zero già da giovedì. I gruppi per i diritti umani hanno segnalato preoccupazione per l’intensificazione della repressione nelle ultime ore.
Nello stesso contesto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è intervenuto pubblicamente dichiarando che Washington è “pronta ad aiutare” il movimento e avvertendo che l’Iran è in “grossi guai” per il modo in cui sta cercando di soffocare le proteste.
Con la rete spenta e le immagini filtrate dal potere, l’Iran vive una battaglia anche informativa. Ma dalle testimonianze che riescono a uscire emerge un Paese che, nonostante arresti e pallottole, non vuole più tornare indietro.