Turchia, lo strappo di Erdogan: recitata una sura dentro santa Sofia

 

Pochi giorni fa il mondo, fatta eccezione per la Grecia, ha osservato in un irreale silenzio soprattutto diplomatico, l'ennesimo gesto del presidente turco Recep Tayyp Erdogan mirato a riaffermare la sua leadership interna (minata dalle difficoltà economiche del Paese, aggravate dalla pandemia) ed a proiettare all'esterno l'immagine di chi intende riscrivere la Storia a suo uso e consumo, anche se questo passa per il disprezzo di quella altrui.

Venerdì scorso, infatti, per la prima volta in ottantasette anni, sotto la volta della stupenda basilica di santa Sofia, a Istanbul, un imam ha recitato una sura del Corano. Un gesto altamente simbolico e che sembra essere stato ispirato dalla volontà di Erdogan di farsi, ancora una volta, paladino dell'ala più conservatrice dello schieramento politico di ispirazione islamista che da anni lo sostiene.

La basilica di Santa Sofia viene ritenuta, a buon diritto, un gioiello dell'architettura bizantina, dedicata alla Divina Sapienza e che i 1500 anni trascorsi dalla sua edificazione ne hanno solo un po' appannato la magnificenza. Un luogo un tempo sacro che è entrato nella tradizione non solo della Turchia, dove viene chiamata Aya Sofia, mentre per i greci è Hagia Sofia.

È sorprendente - se pensiamo alle nostre grandi opere, molte delle quali si perdono per strada - come, per portare a termine i lavori di costruzione, iniziati nel 532, furono necessari meno di sei anni. La basilica fu infatti inaugurata il 26 dicembre del 537, alla presenza di colui che ne aveva fortemente sostenuto l'edificazione, l’imperatore Giustiziano, che non lesinò certo nelle spese. Furono impiegati diecimila operai, mentre l'oro necessario per rifinire le pareti fu usato senza alcun risparmio.

Secondo la tradizione, per rivestire muri e colonne, Giustiniano fece arrivare a Costantinopoli marmi pregiati da molte province dell'impero: il marmo bianco da Marmara, quello verde dall’isola di Eubea, quello rosa dalle cave di Synnada e quello giallo dall’Africa. Pur di rendere ancora più bella la basilica, Giustiniano autorizzò che alcuni ornamenti venissero sottratti ai templi ''pagani'', dedicati a Diana ad Efeso, Atene, Delfi, Delo ed a Osiride in Egitto. Un gioiello dell'architettura, dell'arte e della Storia, una preda ghiottissima per la propaganda del presidente turco. Non è stata affatto casuale la scelta del 29 maggio per riaffermare come l’Islam di Erdogan sembra volere accaparrarsi di tutti i luoghi religiosi simbolici, anche se legati storicamente ad un’altra religione. Il 29 maggio, infatti, è stato celebrato il 567/mo anniversario della conquista di Costantinopoli per mano del sultano Mehmet. Che per questo viene ricordato come ‘’il conquistatore’’, definizione peraltro abusata anche dalle nostre parti.

In perfetto stile erdoganiano, che si connota con una esasperata spettacolarizzazione degli eventi in cui il presidente è coinvolto o da cui egli può trarre ulteriore notorietà, le celebrazioni sono iniziate con una flottiglia di imbarcazioni che hanno solcato le limpide acque del Bosforo (rese tali dalle limitazioni agli spostamenti per mare decide nell’ambito delle misure anti pandemia) . Poi, all’interno del complesso di Santa Sofia (che domina il centro storico di Istanbul), un imam, alla sola presenza del ministro del Turismo, Mehmet Nuri Ersoy, ha recitato la sura.

 Erdogan, apparso emozionato per l’evento, ha seguito la cerimonia attraverso un grande televisore al plasma, collocato, sempre dentro il complesso, ma a distanza dalla sala dove è stata recitata la sura. Poi la religione ha lasciato il passo allo spettacolo, con suoni e luci proiettate sulla facciata esterna della basilica. E, tanto per evitare ai turchi, l’imbarazzo di cosa vedere in tv, quasi tutti i canali trasmettevano in diretta le immagini della cerimonia.

La spettacolarizzazione di una preghiera, ma nel fortemente simbolico sito della basilica, sembra l’ennesimo avvicinamento di Erdogan a quella frangia estrema del conservatorismo turco che guarda quasi con orrore al fatto che ancora santa Sofia galleggi a metà tra il suo passato cristiano ed il suo presente da museo, quando invece – per come il presidente ha già fatto capire, ripetutamente, di volere fare – la destinazione ideale sarebbe quella di ospitare una moschea. Un gesto che potrebbe rendere ancora più difficili le relazioni con la vicina Grecia, che da sempre guarda con sospetto e preoccupazione al tentativo di Erdogan di cancellare ogni traccia dell’influenza greca.

Nella stessa giornata di venerdì il portavoce del governo greco, Stelios Petsas, ha detto che forse valeva la pena di ricordare che santa Sophia è patrimonio mondiale della cultura e, quindi, dovrebbe essere immune dai tentativi di strumentalizzarne il passato. A volere che Santa Sofia diventasse un museo fu, nel 1935, Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Repubblica turca, strenuo difensore della laicità dello Stato.

Il Magazine
Italia Informa - N°1 Gennaio-Febbraio 2021
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