Ofi Invest AM: "I mercati non si facciano intimorire dalla dipendenza della Bce dalla Fed"

- di: Ombretta Signori, Head of Macroeconomic Research and Strategy di Ofi Invest AM
 

Nel primo trimestre del 2024, la crescita reale degli Stati Uniti è scesa al di sotto del 2% per la prima volta in un anno e mezzo, avendo fatto registrare un aumento “solo” dell’1,6% rispetto ai tre mesi precedenti su base annua. Se da un lato si osserva come la domanda interna si sia mantenuta solida, con gli investimenti e i consumi che hanno contribuito grandemente ai risultati appena descritti, dall’altro ci sono altri indicatori di più lungo periodo, come i report aziendali, i quali suggeriscono come l’attività economica potrebbe rallentare considerevolmente in questo secondo trimestre. Anche il mercato del lavoro si sta indebolendo, con il rapporto tra opportunità di lavoro e disoccupati sceso da 1,4 a 1,3. La causa è la creazione di nuovi posti di lavoro che ad aprile è stata inferiore alle attese, cosa che non accadeva da molti mesi, e si sono concentrati fortemente nel comparto sanitario. Infine, anche i dati sulle nuove assunzioni e sulle dimissioni stanno iniziando a contrarsi.

Al contrario, la crescita europea è stata sorprendentemente solida nei primi tre mesi di quest’anno, con il Pil dell’Area Euro che è cresciuto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, con la spinta più forte che è registrata nelle maggiori economie di questo gruppo. Purtroppo, i dati ad oggi sono disponibili solo per poche nazioni, ma già da quanto emerge dalla Francia si può vedere come ci sia stata una marcata accelerazione di consumi e investimenti. In Ofi Invest AM siamo cautamente ottimisti sulla portata di questa crescita, ma allo stesso tempo siamo ben consapevoli che attualmente è trainata solo dai servizi (e il fatto che la Pasqua quest’anno sia caduta nel mese di marzo potrebbe aver distorto i dati sui consumi stagionali), mentre il settore manifatturiero continua a rappresentare un freno, in particolare in Germania.

Oltre a questa crescita, un altro dato molto importante riguarda l’inflazione, la quale si è mantenuta stabile al 2,4% nel mese di aprile, ma ha anche fatto registrare un importante calo della componente core (dal 2,9% al 2,7%) e di quella legata ai servizi, tenuta particolarmente in considerazione dalla Banca Centrale Europea, che per la prima volta in 6 mesi è scesa sotto al 4%. Alla luce di questi risultati, un primo taglio dei tassi d’interesse di 25 punti base da parte della Bce sembra ormai in programma e solo un repentino capovolgimento dell’andamento dell’inflazione o dei salari lo farebbe slittare. Al contrario, se i dati futuri dovessero coincidere con le proiezioni dell’istituto di Francoforte e di un ritorno verso l’obiettivo del 2% per l’inizio del 2025, allora troverebbe giustificazione un’ulteriore serie di tagli (due o tre nel corso dell’anno).

Tuttavia, si riscontra che i mercati sono scettici circa la capacità della Bce di abbassare significativamente i tassi senza che la Federal Reserve faccia lo stesso. Noi di Ofi Invest AM, al contrario, riteniamo che queste preoccupazioni sull’eccessiva dipendenza di Christine Lagarde da Washington siano esagerate. In primo luogo, è molto improbabile che il deprezzamento dell’euro che ne seguirebbe avrà un impatto tale da innescare un rimbalzo dell’Eurozona, soprattutto con la letteratura economica che suggerisce che la trasmissione degli effetti della variazione dei tassi sull’inflazione si è notevolmente attenuata dall’avvento della moneta unica. Inoltre, ci sono già stati casi di desincronizzazione delle politiche monetarie, come nel periodo 2015-2018, quando la Fed li ha gradualmente alzati, mentre la Bce è entrata in territorio di tassi negativi, avviando un programma di quantitative easing.

Lo scorso mese, avevamo messo in luce i rischi legati alla possibilità che la Fed rimandasse il primo taglio, esploso dopo che gli ultimi dati avevano evidenziato un’interruzione del processo deflattivo. Nonostante ciò, Jerome Powell ha rassicurato i mercati annunciando che i suoi prossimi provvedimenti non avrebbero comunque compreso nuovi rialzi, sebbene non abbia dato nessuna nuova informazione su quando il primo taglio sarebbe avvenuto.

La natura della recente inflazione, che è stata solo marginalmente legata alla forza della domanda, e la normalizzazione del mercato del lavoro dovrebbero essere in grado di mantenere in linea i tagli dei tassi a medio termine. Tuttavia, ad oggi la Fed è completamente dipendente dai dati e lo sarà anche nei prossimi mesi. Pertanto, l’inflazione dovrà ora seguire il percorso prefissato affinché la banca centrale americana possa tagliare i tassi di riferimento a luglio o (più probabilmente) a settembre, a meno che nel frattempo il mercato del lavoro non si riveli molto più debole del previsto.

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