Il Cremlino continua a nazionalizzare aziende di Paesi "ostili". Tra esse Ariston Russia

- di: Redazione
 
La Russia ha aggiunto un altro tassello alla sua strategia per ''colpire'' i Paesi che si stanno opponendo, ormai da due anni, all'invasione dell'Ucraina. Con una ennesima mossa (non certo giunta a sorpresa), dal Cremlino è partito l'ok alla nazionalizzazione di due delle aziende più floride del panorama degli investimenti stranieri in Russia, le filiali di Ariston e Bosh. Anche se la reazione italiana non si è fatta attendere (il ministro degli Esteri ne chiederà conto e spiegazioni all'ambasciatore russo a Roma), tutto lascia pensare che niente fermerà Vladimir Putin dal suo progetto di colpire chi, Stato straniero, non accetta l'azione militare scatenata contro l'Ucraina.

Il Cremlino continua a nazionalizzare aziende di Paesi "ostili". Tra esse Ariston Russia

Ma, allo stesso tempo, bisogna considerare che la nazionalizzazione di Ariston Thermo Rus e di Bsh Household Appliances rientra in un più vasto scenario che vede la Russia ripensare al suo quadro economico generale. E se questo passa anche per la misura estrema delle nazionalizzazioni, è chiaro che a beneficiarne saranno sempre quei soggetti economici funzionali al regime. Insomma: chi alla fine approfitterà della possibilità di incamerare due aziende in ottima salute (come appunto le filiali russe di Ariston e Bosh) sarà comunque qualcuno che appartiene alla cerchia degli ''amici'' del Cremlino o, comunque, soggetti allineati e coperti alle direttive di Putin.

A conferma di questo scenario c'è il fatto che le due aziende sono state trasferite, per la loro gestione, alla Gazprom, che non è solo il colosso energetico russo, ma, nei fatti, il potente braccio economico del regime, una vera e propria cassaforte da cui si diramano fiumi o semplici torrenti di denaro.
Quanto accaduto nelle ultime ore non è stato un fulmine a ciel sereno perché ormai da tempo in Ariston si avvertiva un clima non favorevole, quando non addirittura ostile. Al punto che, già nell'aprile di due anni fa (poco dopo l'inizio della ''operazione speciale'' in Ucraina), come precisato nel corso dell'assemblea generale di Ariston, la situazione aveva indotto a ''sospendere tutti gli investimenti - ad eccezione di quelli legati alla sicurezza sul lavoro -'', con la prospettiva che l'attività della controllata russa non avrebbe generato utili.

Quello che ora deve essere considerato, prioritariamente, è che la nazionalizzazione (o comunque la si voglia chiamare) di Ariston e Bosh, nelle loro emanazioni russe, non è sicuramente l'ultimo capitolo del vastissimo libro dei desideri del Cremlino che contiene le aziende straniere che ingenerano interesse perché economicamente produttive. Quindi non si può certo escludere che, da qui ai prossimi mesi (nell'ipotesi fondata che le operazioni russe in Ucraina proseguano ancora per parecchio tempo), altre filiali straniere in Russia facciano talmente gola per passare da oggetto del desiderio a imprese nazionalizzate.

Gli strumenti della diplomazia non concedono molte speranze, tenuto conto che la Russia non ha mai mostrato l'intenzione di ''trattare'', agendo sul principio di un ordinamento piegato alle volontà del regime, ma anche facendo paventare che la politica di nazionalizzazione (motivata con esigenza di sicurezza o per il bene della popolazione) possa allargarsi.
Gli interessi comunque sono vastissimi, tenendo conto che, guardando solo alle imprese italiane, molte sono ancora quelle presenti e attive in Russia. Nell'elenco che aggiorna, mensilmente, l'Università di Yale, le aziende italiane che continuano ad operare in Russia sono molte, spaziando dall'abbigliamento all'industria, all'alimentare al credito. Potenzialmente tutti ''obiettivi'' appetibili.
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