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Serbia, proteste studentesche in fiamme: scontri a Belgrado

- di: Marta Giannoni
 
Serbia, proteste studentesche in fiamme: scontri a Belgrado
Serbia, proteste studentesche in fiamme: scontri a Belgrado

Quinto giorno di tensioni: assedi a sedi di partito e uffici pubblici. Lacrimogeni e cariche in più città; feriti e arresti. Il presidente Vučić respinge l’ipotesi di elezioni anticipate.

Le manifestazioni studentesche in Serbia sono sfociate in nuovi scontri nella notte. A Belgrado, Novi Sad, Valjevo e Zemun migliaia di giovani sono tornati in strada contro quello che giudicano un uso eccessivo della forza da parte della polizia e una gestione opaca del potere. Le vie del centro della capitale sono state chiuse a tratti, cassonetti rovesciati e segnali stradali abbattuti. In diverse città sono state prese di mira sedi di partito e alcuni edifici pubblici.

Cosa è successo nella notte

A Valjevo, un centinaio di chilometri a sud di Belgrado, la tensione è esplosa davanti al municipio e alla procura. Gli agenti in assetto antisommossa sono intervenuti dopo lanci di pietre, bottiglie e petardi; nella capitale, davanti a sedi politiche, si sono registrati momenti di forte pressione con l’uso di lacrimogeni per disperdere i gruppi più aggressivi. A Novi Sad e nel sobborgo belgradese di Zemun, cortei e contro-cortei hanno alimentato la frizione per ore.

Le richieste degli studenti

Il movimento studentesco chiede responsabilità politica, trasparenza negli appalti e fine delle violenze nelle piazze. La scintilla che ha alimentato il malcontento, ricordano gli organizzatori, è stata il crollo della copertura della stazione ferroviaria di Novi Sad, tragedia che ha scosso il Paese e ha allargato il fronte della protesta. Oggi le rivendicazioni includono elezioni anticipate, accesso pluralista ai media e garanzie sui diritti di riunione.

La risposta del governo

Le autorità parlano di “manifestazioni infiltrate da provocatori” e difendono la linea dura. Il ministro dell’Interno Ivica Dačić ha giustificato l’uso della forza nelle aree più calde: “La polizia ha dovuto intervenire per evitare aggressioni” — Ivica Dačić, ministro dell’Interno. Nel corso della serata ha ribadito l’appello alla calma: “Invitiamo tutti a lasciare le strade” — Ivica Dačić. Il presidente Aleksandar Vučić respinge l’ipotesi di urne anticipate e attribuisce la radicalizzazione a interferenze esterne.

La dimensione internazionale

Le immagini degli scontri hanno fatto il giro d’Europa, alimentando richiami al rispetto dei diritti fondamentali. Organismi europei e organizzazioni per i diritti umani monitorano da settimane l’escalation: si chiedono de-escalation, indagini rapide su eventuali abusi e salvaguardia della libertà accademica. Il quadro pesa sull’agenda europea di Belgrado e sui dossier di adesione.

Le città chiave

Belgrado resta l’epicentro, ma Novi Sad e Valjevo sono diventati i simboli della rabbia studentesca. Nella capitale la protesta si concentra davanti agli uffici dei principali partiti e nei pressi di snodi istituzionali; a Novi Sad il dolore per la tragedia ferroviaria continua a essere bandiera e memoria; a Valjevo gli scontri più duri hanno spinto gruppi di cittadini a organizzare presìdi spontanei di mediazione tra cortei e forze dell’ordine.

Perché la protesta continua

La contestazione ha superato la dimensione episodica e si è trasformata in un movimento di massa a leadership diffusa. L’assenza di un interlocutore politico unico ha reso più difficile la trattativa ma ha ampliato la partecipazione: studenti, docenti, professionisti e famiglie. La richiesta di una commissione indipendente sugli scontri e di un calendario elettorale certo è oggi la condizione minima posta dalla piazza.

Cosa può accadere ora

Le prossime 48 ore saranno decisive. Se governo e forze dell’ordine sceglieranno la strada della de-escalation, con tavoli di ascolto e garanzie concrete, la mobilitazione potrebbe rientrare in forme pacifiche. In caso contrario, nuove notti di tensione rischiano di consolidare la frattura tra istituzioni e società civile, con effetti diretti sulla stabilità politica e sulle relazioni con i partner europei. 

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