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La spesa è sempre più cara, ma nessuno spiega il perché: il ricatto dei supermercati che stritolano l’agricoltura

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
La spesa è sempre più cara, ma nessuno spiega il perché: il ricatto dei supermercati che stritolano l’agricoltura
Non è solo l’inflazione. Non sono solo le guerre, il clima impazzito, le tensioni globali. No, se oggi fare la spesa costa il doppio di ieri, la ragione va cercata altrove. Dietro le vetrine scintillanti della grande distribuzione organizzata, dietro le campagne pubblicitarie che inneggiano al “risparmio quotidiano”, si nasconde un meccanismo brutale, opaco, cinico. Un sistema che impone ai produttori agricoli di rinunciare a una parte consistente dei loro già miseri guadagni, attraverso uno strumento chiamato “ristorno”. Una parola asettica, ma che nella pratica significa questo: o paghi, o non vendi. O accetti di restituire fino al 15 per cento di quanto pattuito, o il tuo raccolto marcisce nei magazzini.

La spesa è sempre più cara, ma nessuno spiega il perché

Non si parla di scelte libere. Non si parla di liberi contratti. Si parla di imposizioni mascherate da accordi, in cui il potere negoziale è concentrato interamente nelle mani dei colossi della distribuzione. Il contadino firma, ma non sceglie. Accetta, ma non decide. Subisce. Ogni scarto, ogni consegna in ritardo, ogni presunto difetto estetico – una macchia su una mela, una banana troppo curva – diventa pretesto per ridurre ulteriormente il prezzo, o per respingere l’intera fornitura. Intanto, nei supermercati, i cartellini crescono, i margini si gonfiano, e il consumatore si illude di pagare il “giusto”.

La menzogna della convenienza

È questa la grande menzogna: l’idea che il supermercato sia il luogo della convenienza, dell’equità, dell’efficienza. Ma chi paga davvero quel pacco di zucchine perfette? Non il cliente. E nemmeno il distributore. Lo paga chi le ha coltivate, spesso a condizioni indegne, spesso con salari da fame, spesso con turni che nessun cittadino italiano accetterebbe mai. E quando il produttore alza la testa, denuncia, chiede spiegazioni, la risposta è il silenzio. Un silenzio che sa di punizione. Una mail che non arriva. Un contratto che sparisce. Un ordine che viene riassegnato altrove.

L’ipocrisia delle etichette e delle buone intenzioni

Ci riempiamo la bocca con parole come sostenibilità, filiera corta, prodotto locale. Ma poi ci inchiniamo davanti ai diktat delle grandi centrali d’acquisto. Accettiamo che un agricoltore venga pagato meno di quanto spende per coltivare. Accettiamo che il prezzo non lo faccia il mercato, ma l’algoritmo di una piattaforma che schiaccia tutto ciò che non risponde ai suoi parametri. E intanto, nei talk show, si discute di caro-vita come se fosse un fenomeno atmosferico. Come se il sistema non avesse colpe. Come se il mercato non fosse drogato da rapporti di forza che cancellano ogni possibilità di giustizia.

La disfatta silenziosa dell’agricoltura italiana

Il vero pericolo non è solo economico. È culturale. È politico. È umano. Se continuiamo a trattare i nostri produttori come fornitori usa e getta, se li costringiamo a lavorare in perdita, se li abbandoniamo al loro destino per il profitto di qualche colosso, allora stiamo decretando la fine dell’agricoltura come la conosciamo. Stiamo dicendo che la terra non vale niente, che chi la lavora non ha voce, che l’unica cosa che conta è la “competitività”. E così, un giorno, ci sveglieremo senza più campagne da cui attingere, senza più stagionalità, senza più sapori veri. E forse, allora, cominceremo a capire cosa significava “pagare il giusto”.

Il coraggio di rompere il silenzio

Fino a quel giorno, c’è un dovere civile che tocca a tutti. Raccontare. Denunciare. Dare voce a chi non ne ha. Perché il problema non è la spesa che costa troppo. Il problema è che nessuno dice perché. Nessuno ha il coraggio di guardare in faccia il potere che decide cosa mangiamo, quanto lo paghiamo, e chi ci rimette. Serve un giornalismo che non abbia paura di nominare i colpevoli. E serve una politica che non si faccia complice. Perché dietro ogni offerta speciale c’è, molto spesso, un prezzo troppo alto. E chi lo paga, non lo vediamo mai.
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