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USA: Maga arretra, ma il dato che agita davvero il GOP è un altro

- di: Jole Rosati
 
USA: Maga arretra, ma il dato che agita davvero il GOP è un altro
Il sondaggio NBC racconta molto più di un semplice pareggio: ecco cosa sta passando sotto traccia.

La notizia è letta quasi ovunque come una fotografia simbolica: metà dei repubblicani con il movimento Maga, metà con il GOP tradizionale. Un pareggio perfetto, che certifica il calo dell’identificazione trumpiana di sette punti percentuali rispetto alla primavera. Ma dentro le pieghe del sondaggio NBC News Decision Desk c’è un dettaglio meno battuto dai media e potenzialmente molto più destabilizzante per il Partito Repubblicano.

Il dato meno raccontato: chi resta Maga è più tiepido

Non è solo la quota di repubblicani Maga a diminuire. È l’intensità dell’adesione a cambiare. Tra gli elettori che continuano a definirsi Maga, cala sensibilmente la percentuale di chi esprime un sostegno “molto forte” a Donald Trump. In altre parole: la base resiste, ma con meno entusiasmo.

Questo elemento, emerso dalle tabelle di dettaglio del sondaggio diffuso il 16 dicembre 2025, è rimasto in secondo piano rispetto al dato secco del 50 e 50. Eppure racconta una dinamica cruciale: il trumpismo non sta solo perdendo numeri, sta perdendo radicalità emotiva.

Il ritorno silenzioso dei repubblicani “non identitari”

Un altro aspetto poco sottolineato riguarda chi abbandona l’etichetta Maga. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di elettori che migrano verso posizioni moderate o democratiche. Al contrario, molti di loro continuano a votare repubblicano ma rifiutano l’identità movimentista.

Il sondaggio NBC registra infatti una crescita parallela e speculare (+7%) di elettori che si definiscono semplicemente conservatori repubblicani, senza ulteriori aggettivi. È un ritorno a una forma di appartenenza politica meno carismatica e più istituzionale, che alcuni strateghi del GOP interpretano come una reazione difensiva alle incertezze elettorali future.

Un segnale in vista del 2026 (e soprattutto del 2028)

Il dato assume un peso specifico ancora maggiore se letto in prospettiva. Le elezioni di midterm del 2026 incombono e, subito dopo, si aprirà la partita per la successione presidenziale del 2028. Se Maga non è più una maggioranza netta, il meccanismo delle primarie repubblicane potrebbe cambiare profondamente.

Fonti interne al partito, citate da media statunitensi nelle ore successive alla diffusione del sondaggio, sottolineano che un GOP spaccato in due blocchi equivalenti rende molto più difficile l’emergere di un erede naturale di Trump. Non è un caso che, nelle stesse ore, alcuni governatori e senatori abbiano iniziato a marcare con maggiore decisione la propria autonomia dall’ex presidente.

Trump resta centrale, ma non più dominante

Il sondaggio non decreta affatto la fine dell’era Trump. Il 50% di identificazione Maga resta un dato enorme per un movimento personale. Ma la perdita della maggioranza assoluta cambia il quadro politico: Trump non è più l’unico perno identitario del GOP, bensì uno dei due poli.

Ed è proprio questo il punto meno evidenziato ieri: per la prima volta dal 2016, il Partito Repubblicano torna a essere un campo contendibile anche senza Trump. Non ancora post-trumpiano, ma nemmeno completamente prigioniero del trumpismo.

Una frattura che non è ideologica, ma generazionale

Un’ultima lettura, emersa da analisi accademiche e commenti di analisti pubblicati tra il 16 e il 17 dicembre, riguarda l’età degli elettori. Il calo dell’identificazione Maga è più marcato tra i repubblicani sotto i 45 anni, mentre resta più solido tra gli over 60. Un dato che suggerisce una frattura generazionale più che puramente ideologica.

È un segnale che preoccupa la dirigenza del GOP: senza un ricambio narrativo, il rischio è che il movimento Maga resti forte nel presente ma meno competitivo nel medio periodo.

 

La notizia, insomma, non è solo che Maga perde sette punti. È che il Partito Repubblicano sta lentamente smettendo di riconoscersi in un’unica bandiera emotiva. Un cambiamento sottile, meno rumoroso di altri, ma potenzialmente decisivo. Perché quando l’identità si raffredda, la politica cambia pelle.

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