Nove giorni consecutivi di piazza, serrande abbassate e una geografia della protesta che sembra disegnata con un pennarello su tutta la mappa: dall’ovest curdo alle città del nord, dai centri industriali al Golfo.
In Iran la contestazione si allarga e, insieme, si irrigidisce la risposta dello Stato: il capo della magistratura, Gholamhossein Ejei, ha annunciato che "non ci sarà nessuna clemenza" per chi considera “rivoltoso”.
Sullo sfondo c’è una miscela che in Iran è micidiale: economia in affanno, moneta debole, prezzi che corrono, frustrazione politica e un clima regionale teso.
Il risultato è un Paese che vive un doppio stress: quello interno della piazza e quello esterno delle pressioni di Washington e di Gerusalemme.
Una protesta che corre più veloce dei comunicati
Le stime sulle vittime e sugli arresti variano a seconda delle fonti, ma il dato politico è netto: la protesta non resta confinata.
Segnalazioni di manifestazioni, scioperi e negozi chiusi arrivano da Teheran e da molte altre città; simbolicamente, pesa la paralisi a tratti del bazar, termometro sociale e commerciale che, quando si ferma, parla più di mille slogan.
Un nodo particolarmente sensibile riguarda i più giovani: sindacati e associazioni hanno chiesto la liberazione degli studenti fermati e hanno denunciato la morte di minorenni durante gli scontri.
Le organizzazioni per i diritti umani, da parte loro, parlano di un uso della forza spesso indiscriminato, con accuse che includono anche irruzioni in strutture sanitarie nelle aree più calde.
Il messaggio di Teheran: punire, isolare, intimidire
La linea ufficiale è doppia: pugno duro in casa e narrazione di una regia esterna.
Non a caso, nei media vicini all’apparato di sicurezza circolano racconti di infiltrazioni e “manovre straniere”.
In questo quadro si colloca la notizia, rilanciata da canali iraniani, dell’arresto di un presunto operatore collegato ai servizi israeliani, presentato come qualcuno che avrebbe agito “sotto copertura” tra i manifestanti.
Nel linguaggio del potere iraniano l’etichetta dell’“infiltrato” serve a due scopi: delegittimare la piazza e compattare i ranghi, trasformando la crisi sociale in un capitolo di sicurezza nazionale.
Washington alza il tono e parla ai manifestanti
Sul fronte internazionale, gli Stati Uniti hanno scelto un registro apertamente dissuasivo.
Donald Trump ha minacciato una reazione severa se la repressione dovesse trasformarsi in una strage, con messaggi pubblici che suonano come un avvertimento diretto all’apparato di sicurezza.
Il Dipartimento di Stato, inoltre, ha intensificato la comunicazione in persiano sui social, con contenuti che celebrano la “determinazione” dei dimostranti e che mettono sotto accusa la brutalità delle forze iraniane.
C’è un elemento che pesa nella psicologia del momento: nelle ultime settimane la Casa Bianca ha_toggle ha toccato toni da “prontezza operativa” e ha ricordato precedenti recenti di azioni muscolari in politica estera.
In Iran, dove l’opinione pubblica vive di segnali, l’impressione non è tanto che siano soltanto parole, ma che siano parole pronunciate sapendo di avere strumenti per renderle credibili.
Israele: missili, deterrenza e “linee rosse”
Anche Israele ha parlato chiaro.
Benjamin Netanyahu ha ribadito che non intende lasciare spazio a una ricostruzione della capacità missilistica di Teheran e che un eventuale attacco contro Israele avrebbe conseguenze pesanti.
Il messaggio è una classica architettura di deterrenza: prevenire la ricomposizione militare dell’avversario e, al tempo stesso, scoraggiare “risposte” iraniane mentre il regime è già sotto pressione interna.
Il potere in “modalità sopravvivenza” e le voci sul “piano B”
La domanda che rimbalza nei corridoi diplomatici è brutale: quanto margine resta al regime per controllare insieme piazza, economia e competizione regionale?
Secondo ricostruzioni pubblicate da media internazionali, esponenti dell’establishment avrebbero descritto la fase come una vera “modalità sopravvivenza”, con poche leve rimaste per fermare l’incendio senza alimentarlo.
In questo clima si inserisce anche una delle notizie più esplosive: l’ipotesi di un piano di fuga per Ali Khamenei in caso di collasso del sistema, con una possibile destinazione russa e un gruppo ristretto di familiari e collaboratori.
Si tratta di informazioni attribuite a fonti d’intelligence e rilanciate da testate estere: un tassello che, pur non verificabile in modo indipendente, dice molto sulla percezione di vulnerabilità che circonda oggi il vertice iraniano.
Cosa può accadere adesso
Le prossime giornate saranno un test su tre piani:
- Tenuta economica: se l’inflazione e la svalutazione continueranno a mordere, la protesta può trovare nuova benzina.
- Coesione delle forze di sicurezza: la storia iraniana insegna che la fedeltà degli apparati è il vero punto di equilibrio.
- Pressione esterna: la deterrenza Usa-Israele può frenare, ma può anche irrigidire Teheran e spingerla a mosse di distrazione o di escalation.
Per ora, la fotografia è questa: un Paese in movimento e un potere che risponde con la grammatica che conosce meglio, quella della forza.
Ma quando la piazza si allarga e l’economia si restringe, l’ordine imposto rischia di diventare una coperta corta.