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Violenza sulle donne: un inaccettabile percorso di sofferenza e umiliazioni

- di: Germana Loizzi (Editrice di Italia Informa)
 
Violenza sulle donne: un inaccettabile percorso di sofferenza e umiliazioni
''Troppo amore''. Tutte le volte che si leggono queste due parole, che quasi vogliono trovare una giustificazione per gli atti di violenza contro le donne, è come se cercassimo di accreditare di una qualsiasi attenuante chi aggredisce, ferisce, uccide. Non amando molto le ''giornate'' che inflazionano il nostro calendario, anche quella contro la violenza sulle donne non ha su di me un forte impatto emozionale. Non sto a dire, per come si sente ripetere, che la lotta contro le violenze di genere dovrebbe fare parte del nostro lessico quotidiano.

Il 25 novembre è la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne

Ma, allo stesso modo, devo dire che sino ad oggi lo Stato - non solo quello italiano - poco ha fatto per aiutare le donne ad uscire dalla spirale delle violenze, che sono spesso domestiche. È un percorso di dolore, sofferenze ed umiliazioni che tante donne imboccano ogni santo giorno, pur se loro stesse non lo ammettono. Perché violenza non è solo dare un schiaffo e poi, nel tempo, alzare la ''qualità'' del gesto fisico. Violenza è anche non consentire alla propria moglie, alla propria compagna o fidanzata o alla propria figlia di alimentare la speranza di potere raggiungere i traguardi (o anche i sogni) di una vita. Anche solo uno sguardo di riprovazione configura un atto di violenza, perché fa temere di essere solo l'annuncio di quel che, apportatore di dolore fisico, potrebbe giungere a breve.

Perché dobbiamo dirlo a chiare lettere: violenza non necessariamente significa picchiare, ma anche impedirti di uscire, di truccarti, di volere andare all'università, di vestirti come ti pare, anche se violi i canoni estetici di chi ti sta accanto.
La nostra società purtroppo, per la reiterazione di questi episodi, ha cominciato a metabolizzare la violenza sulle donne, quasi considerandola inevitabile. E poco, e comunque in modo insufficiente, vale la nuova rete di protezione, tra codici e sistemi, approntata dal Ministero dell'Interno per aiutare le donne che denunciano, per il semplice motivo che il loro numero sarà sempre residuale rispetto alla realtà dei fatti.

Spero, con tutte le mie forze, che arriverà il giorno in cui un uomo che esercita la violenza sulla propria donna (o su quella che ama: le due cose non necessariamente coincidono) sia punito per un reato specifico, che tenga conto di tutto quello che il gesto ha preceduto. A cominciare dalle vessazioni che iniziano in casa, tra la camera da letto e la cucina. Perché la violenza è subdola, indossando le vesti che più l'aiutano a concretizzarsi. Costringere la donna a pratiche sessuali che non gradisce ''è violenza'', buttare nella spazzatura il cibo che ha cucinato e che all'uomo non piace ''è violenza'', anche cambiare il canale che la compagna sta guardando per vedere un altro programma ''è violenza''.

Dobbiamo avere le forze, e non mi rivolgo certamente solo alle donne che, da sole, non ce la possono fare, di cambiare un modo di vedere i rapporti, di fare una rivoluzione, che cominci da due capisaldi: l'istruzione e la famiglia, quest'ultima intesa come incubatore della formazione dei singoli. Se non riusciremo a scardinare il corto circuito che consente agli uomini di ritenersi superiori e di riaffermare questa primazia domestica con la violenza continueremo a leggere di violenze e morte (e questa volta ''morte'' è un aggettivo e non un sostantivo).
Come donna e madre, come moglie e compagna, ma anche come editrice ho sempre chiesto a me stessa di avere dei punti fermi nei comportamenti quotidiani. Ed io ho cercato sempre di rispettarli, a cominciare da quello più scontato: guardare negli occhi tutti, senza la paura d'essere giudicata per essere una donna.
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