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Augias, cori e modernità inquieta

- di: Giulia Caiola
 
Augias, cori e modernità inquieta

La notizia è semplice, quasi innocua, e proprio per questo ha fatto rumore: Corrado Augias ha definito i cori cattolici “delle lagne tremende”. Non un attacco alla fede, non una provocazione gratuita, ma una constatazione detta con quella franchezza un po’ ruvida che gli è propria. Il resto lo ha fatto il meccanismo ormai rodato dell’indignazione a orologeria.

Augias, cori e modernità inquieta

Per capire la frase bisogna tornare indietro, a quando la Chiesa ha deciso che per parlare al mondo bisognava cambiare suono. Non solo linguaggio, ma colonna sonora. L’idea era buona: rendere la liturgia più vicina, più partecipata, meno distante. Così sono entrate le chitarre, i canti “semplici”, i cori improvvisati. Una rivoluzione dolce, animata da buone intenzioni e da molto entusiasmo.

Augias racconta cosa è successo dopo. Non in termini teologici, ma culturali. La semplicità, spesso, è scivolata nell’approssimazione. La partecipazione si è confusa con il “cantiamo tutti, come viene”. E il sacro, invece di essere reso più accessibile, ha perso quella soglia invisibile che separa il quotidiano da qualcosa di altro, di più alto, di più concentrato.

La parola “lagne” ha fatto sobbalzare molti perché è brutale, ma fotografa una sensazione diffusa: non fastidio verso Dio, bensì verso un modo di rappresentarlo che a volte sembra dimesso, stanco, privo di respiro. Non è una critica alla preghiera, ma al contorno sonoro che dovrebbe sostenerla. Perché la musica, soprattutto in chiesa, non è decorazione: è parte dell’esperienza, del raccoglimento, del silenzio che viene prima e dopo.

Nel ragionamento entra anche il confronto con altri Paesi, dove il canto corale è pratica condivisa, coltivata, studiata. Da noi, invece, troppo spesso è affidata alla buona volontà. Che è una virtù, certo, ma non sempre basta. Il risultato è una liturgia animata, ma non sempre elevata.

Il punto, allora, non è tornare indietro né fare processi alle chitarre. È chiedersi se, nel tentativo di essere più vicini, non si sia diventati più poveri di senso. Il sacro non ha bisogno di effetti speciali, ma di cura. E la cura passa anche dalle note.

Forse è questo che Augias voleva dire. Non che Dio “stona”, ma che a volte siamo noi a non accordarci abbastanza. E che, quando la musica ritrova misura e profondità, anche il silenzio — quello vero — torna finalmente a farsi ascoltare.

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