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Sale piene a Perugia per il film su Cucinelli. E lui scherza: “Se potevo, facevo il Papa”

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Sale piene a Perugia per il film su Cucinelli. E lui scherza: “Se potevo, facevo il Papa”

A Perugia e in tutta la provincia non si trova più un biglietto. “Brunello, il visionario garbato”, il film-documentario che Giuseppe Tornatore ha dedicato a Brunello Cucinelli — con le musiche di Nicola Piovani, entrambi premi Oscar — sta registrando il tutto esaurito nei principali cinema. Un successo immediato, quasi scontato per chi segue da vicino la parabola dell’imprenditore-filosofo di Solomeo, ma che nelle ultime ore sta assumendo i contorni di un vero caso culturale.

Sale piene a Perugia per il film su Cucinelli. E lui scherza: “Se potevo, facevo il Papa”

Le sale piene, raccontano gli esercenti, riflettono la curiosità di un pubblico che da anni osserva Cucinelli come un’anomalia italiana: industriale globale, umanista convinto, promotore di un capitalismo “gentile” che torna tema di discussione proprio mentre la crisi sociale e tecnologica impone nuovi interrogativi.

La provocazione sorridente: “Se avessi potuto, avrei fatto il Papa”

Ma il fenomeno non si ferma allo schermo. Ospite di Rai Radio1 a Un giorno da pecora, Cucinelli aggiunge un’altra pennellata alla narrazione di sé, con quella leggerezza che è parte integrante del suo personaggio pubblico. Alla domanda se preferisse fare il presidente della Repubblica o il pontefice, l’imprenditore risponde senza esitazione: “Io se ne avessi avuto l’opportunità avrei fatto il Papa”.
Una frase che — racconta lui stesso — fa sorridere sua moglie, ma che si inserisce perfettamente nel tono sospeso tra ironia e riflessione che da sempre caratterizza i suoi interventi.

Quando gli chiedono se avrebbe scelto quel ruolo per risolvere problemi globali, allarga lo sguardo: “Per discutere con il creato, da cui sono affascinato. Anche perché teoricamente il Papa con esso ha dei rapporti diversi”. E se dovesse scegliere un nome? “Magari Francesco II, perché io sono innamorato di San Francesco”.

“Il mio mestiere è lavorare con rispetto”. Il racconto della povertà e della ricchezza

Cucinelli non sfugge alla domanda che ogni personaggio pubblico prima o poi sente arrivare: meglio essere ricchi o poveri? La risposta segue la traiettoria della sua storia personale. “Io sono nato povero, o meglio mi dicevano che ero povero, perché io questa povertà non l’ho vista”.
Una precisazione che apre uno squarcio sul suo percorso: la povertà percepita dagli altri, la ricchezza costruita nel tempo. “Poi pian piano sono diventato ricco e ho l’impressione che i ricchi abbiano qualche problema in più, perché hanno paura di perdere”.

C’è, in queste parole, la doppia cifra del personaggio: l’imprenditore globale che non rinuncia alla postura contemplativa, la voce pubblica che usa l’iperbole — “farei il Papa” — per allontanare l’idea di un’ambizione politica e ribadire invece la propria identità: “Questa è una cosa scherzosa per dire che io voglio fare il mio mestiere, lavorare le giuste ore ed avere rispetto per tutti”.

Il racconto sul grande schermo e la reazione del pubblico

Il successo del film conferma che lo “stile Cucinelli” continua ad esercitare un fascino particolare. Tornatore racconta il suo mondo: Solomeo, la rinascita di un borgo, la visione di un capitalismo pensato come armonia tra lavoro e vita. La presenza delle musiche di Piovani amplifica la dimensione quasi epica del racconto, trasformando la storia dell’imprenditore umbro in un film che parla tanto al pubblico italiano quanto ai mercati internazionali.

La risposta degli spettatori è immediata: sale piene, biglietti esauriti, richieste in aumento per nuove proiezioni. Perugia si ritrova così al centro di un racconto che supera i confini locali e che, grazie al cinema, rilancia l’immagine di un imprenditore capace di trasformare la propria esperienza in racconto collettivo.

Tra cinema, filosofia e industria: il mito di Cucinelli si allarga

Il film di Tornatore arriva in un momento in cui Cucinelli è considerato non solo un marchio di moda, ma un simbolo culturale. L’uomo che racconta di essere nato povero ma di non essersene accorto; l’imprenditore che costruisce fabbriche come fossero monasteri laici; il manager che sogna, scherzando, di diventare Papa pur continuando a ripetere che il suo mestiere resta uno solo: lavorare, con rispetto.

E mentre il documentario continua a riempire le sale umbre, la sensazione è che il “visionario garbato” di Tornatore diventi molto di più di un film: un nuovo capitolo nella costruzione del mito pubblico di Brunello Cucinelli.

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