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Scuola: i nostri ragazzi non vivono più il rito dello stare assieme

- di: Diego Minuti
 
Scuola: i nostri ragazzi non vivono più il rito dello stare assieme
Le restrizioni, davanti alla pandemia, sono qualcosa che dobbiamo accettare, per il semplice motivo che è materia non negoziabile. Se come Paese, partendo da chi ci governa (in modo scomposto, come dimostrano gli ultimi giorni) e finendo a chi, con ostinazione, sostiene che non c'è nulla di vero nel Covid-19 se non il fatto che viene utilizzato per finalità oscure, non siamo riusciti a venirne fuori, almeno prendiamoci le nostre responsabilità e andiamo avanti. Ma non si può però negare l'evidenza di quello che sta accadendo nel mondo della scuola dove, imponendo la didattica a distanza come precauzione, stiamo cancellando non solo un anno scolastico, ma la abitudine dei nostri ragazzi a vivere, chi gioiosamente chi meno, il rito collettivo dello stare assieme.

Un tempo, ai miei di tempi, se c'era la possibilità di trovare un occasione per non andare a scuola, tutto era un buon pretesto: da guerre lontane e di cui nessuno sentiva parlare, ma che potevano servire ad un corteo intorno al liceo, a riforme di quel mondo del lavoro di cui non si faceva ancora parte, ma poco importava. Oggi è diverso perché costringere i ragazzi, i nostri ragazzi (che essendo il futuro non possono che essere nostri) a studiare lontani dalle aule è correre il rischio di vederli demotivati, vederli lentamente enucleati dalla normalità della routine, fatta di sveglia al mattino, di colazioni veloci e dritti a scuola.

Le misure di prevenzione nelle scuole che sono state adottate forse non sono perfette, forse non garantiscono al cento per cento, ma di sicuro sono state una risposta, efficace sino a quando sono accompagnate da cautela anche quando il tempo delle lezioni finisce.
Le quattro/cinque ore passate in aula dovrebbero essere la normalità. Lo stesso lasso di tempo inchiodati davanti ad un computer sono cosa assai diversa, perché, strano a dirsi, ma è così, sono la sintesi tra l'obbligo di guardare il video e la voglia magari di scambiare con compagno seduto accanto un cenno d'intesa o, se non rischiamo di cadere nel romantico, di guardare la ragazza o il ragazzo per il quale faresti tutto.

La risposta di Anita, la ragazzina che, novella Greta in campo scolastico, si ostina a studiare davanti scuola è un esempio di come stia montando la consapevolezza dei ragazzi di come rischiare seriamente di lasciarsi alle spalle amicizie, complicità e, perché no?, anche la voglia di competere.
Un amico, oggi, mi ha detto che quando la sera dopo il lavoro torna a casa ha quasi paura di vedere il figlio adolescente che, parole testuali, "si sta estraniando da tutto quello che lo circonda, incollato davanti ad un video che prima gli serviva per studiare o per altro e che oggi vede come una schiavitù".

Ne vale la pena? Per una volta la risposta non spetta a chi analizza numeri, percentuali, andamento delle curve e fattori, ma a noi, dove, in questa catalogazione che più generica non potrebbe essere, sono compresi studenti, alunni, professori, genitori. Insomma, a noi.
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