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Delcy Rodríguez, la donna rimasta al comando: chi è davvero la leader di Caracas

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Delcy Rodríguez, la donna rimasta al comando: chi è davvero la leader di Caracas

Quando un potere si incrina, la politica non cerca figure decorative: cerca persone che tengano insieme i pezzi. A Caracas, oggi, quel ruolo ha un nome preciso. Delcy Rodríguez è la donna rimasta al comando, la dirigente che si presenta al Parlamento per parlare a nome del presidente Nicolás Maduro, ma soprattutto per parlare a nome di un sistema che non vuole cedere. Non è un volto improvvisato, né una semplice “reggente” chiamata a traghettare l’emergenza. È una figura cresciuta dentro il chavismo, costruita nel cuore del potere, addestrata alla sua grammatica: sovranità, disciplina, resistenza.

Delcy Rodríguez, la donna rimasta al comando: chi è davvero la leader di Caracas

Rodríguez non è una leader carismatica nel senso classico del termine. Non è l’uomo o la donna della piazza, del contatto emotivo, del consenso immediato. È, piuttosto, una dirigente di apparato: una che conosce i palazzi, le istituzioni, le catene di comando. La sua forza non è l’empatia, ma la tenuta. La sua cifra è la continuità. E oggi, in un Venezuela attraversato da shock politici e pressione internazionale, la continuità è l’unica cosa che il sistema può permettersi di mostrare.

La fedeltà come capitale politico
Nel Venezuela chavista la fedeltà è un capitale. Delcy Rodríguez lo ha accumulato negli anni, passo dopo passo, diventando una delle figure più affidabili dell’ingranaggio. Ha occupato ruoli di governo, è stata un volto della diplomazia venezuelana, è entrata nel nucleo duro dell’esecutivo. E soprattutto è diventata una delle voci più nette nella contrapposizione con Washington, nella difesa del linguaggio sovranista e nella costruzione di una linea che non ammette arretramenti.
Il suo stile è quello della “linea”: non ama le sfumature, non cerca la conciliazione come gesto simbolico. Quando parla di diplomazia, lo fa spesso come si parla di una trincea: un piano necessario, ma senza cedimenti. È una postura che serve a un doppio scopo. All’interno, rassicurare l’apparato. All’esterno, evitare che la fragilità venga interpretata come resa.

Una dirigente costruita per reggere l’urto
Rodríguez appartiene a una generazione di dirigenti che hanno imparato a governare nel tempo dell’assedio: sanzioni, isolamento, crisi economica, proteste, fratture sociali. Non si è formata nella stagione dell’abbondanza petrolifera, ma in quella della difesa permanente del potere. E questo spiega la durezza del suo discorso pubblico: non parla per aprire un nuovo ciclo, parla per evitare che quello esistente collassi.
Quando evoca i “giovani venezuelani umili” e li trasforma in protagonisti di una “nuova pagina della storia nazionale”, non è solo retorica. È costruzione politica. Un potere sotto pressione ha bisogno di trasformare la paura in racconto, la perdita in promessa, l’emergenza in missione. Delcy Rodríguez è efficace proprio perché sa muoversi su questo terreno: amministrare e raccontare, governare e blindare la narrazione.
Perché la narrazione, in Venezuela, non è un accessorio. È una prima linea di difesa. Prima ancora delle istituzioni, prima della diplomazia, prima della gestione economica.

Il volto istituzionale della durezza chavista
Se Maduro è stato il volto della continuità dopo Chávez, Delcy Rodríguez è diventata il volto della durezza istituzionale. Non è la politica che abbraccia: è la politica che comanda. Non è la figura che conquista: è la figura che regge. In questo, oggi, appare perfettamente coerente con la fase: un Paese che non può permettersi di sembrare senza guida.
Nel suo modo di stare in scena, l’unità nazionale non è un appello morbido: è un ordine. La sovranità non è una parola astratta: è la giustificazione di ogni scelta. E la contrapposizione con gli Stati Uniti diventa una cornice storica, quasi inevitabile, richiamata attraverso il confronto simbolico tra Dottrina Monroe e Simón Bolívar. È un linguaggio che torna sempre, perché è utile: costruisce un nemico esterno e compatta il fronte interno.

Il potere e il petrolio: messaggi al Paese e al mondo
Quando Rodríguez rivendica crescita economica, aumento del Pil, produzione petrolifera e autosufficienza sul carburante, sta parlando a due pubblici contemporaneamente. Al Paese, per dire: resistiamo, non siamo crollati. E al mondo, per dire: siamo ancora in piedi, possiamo ancora essere un interlocutore.
In Venezuela, l’economia non è mai solo economia. È stabilità politica. È controllo. È capacità di tenere la macchina in funzione. Il petrolio resta il simbolo più potente: una risorsa materiale e insieme un’arma narrativa. Se la produzione sale, significa che il sistema respira. Significa che può ancora pagare, distribuire, investire, negoziare.
Anche l’annuncio di una riforma parziale della legge sugli idrocarburi per favorire nuovi investimenti va letto così: non come un tecnicismo, ma come un segnale. Un segnale che Caracas vuole continuare a muovere capitali e accordi, senza però abbandonare il proprio linguaggio politico, sempre ancorato alla sovranità e alla resistenza.

La donna rimasta al comando, ma non per cambiare rotta
La domanda, allora, non è solo chi sia Delcy Rodríguez. La domanda è cosa rappresenti. E la risposta è netta: rappresenta la continuità di un potere che non vuole trasformarsi. È rimasta al comando non per aprire una stagione nuova, ma per impedire che se ne apra una diversa.
Non appare come una riformista, né come una figura “ponte” verso un compromesso interno. È il volto del controllo e della tenuta. La dirigente che garantisce che la macchina resti in funzione anche quando il motore perde pezzi. La donna che parla di diplomazia ma intende fermezza. Che parla di unità ma intende disciplina. Che parla di speranza ma intende resistenza.
In Venezuela, oggi, la leadership non si misura sulla capacità di convincere. Si misura sulla capacità di reggere. E Delcy Rodríguez è lì per questo: non per piacere, ma per durare.

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