Un biopic su Kafka, ma senza la gabbia del ritratto scolastico. “Franz”, l’ultimo e più ambizioso lavoro della regista polacca Agnieszka Holland, arriva in anteprima nazionale e inaugura il XXXVII Trieste Film Festival con una doppia proiezione al Teatro Miela: appuntamento fissato per domani 16 gennaio, alle 19.30 e alle 22. È un’apertura che sceglie un nome enorme, ma lo fa con un film che promette di non ridurre Kafka a un’icona: lo segue, lo attraversa, lo reinventa.
“Franz”, il Kafka di Agnieszka Holland apre il Trieste Film Festival
Il progetto è anche un titolo da competizione internazionale: “Franz” è stato scelto dalla Polonia per gli Oscar 2026, candidato nella categoria Miglior Film Internazionale agli Academy Awards 98, e ha ottenuto tre nominations agli European Film Awards (Efa). Un biglietto da visita che pesa e che spiega la scelta del festival: aprire con un’opera che parla di letteratura, ma anche di cinema come macchina della memoria e del perturbante.
Un viaggio tra Praga e Vienna: Kafka dall’infanzia alla fine
Il film segue l’impronta che Kafka ha lasciato nel mondo, partendo dalla sua nascita nella Praga del XIX secolo fino alla morte nella Vienna del primo dopoguerra. È una traiettoria che non si limita alla cronaca biografica: “Franz” è dichiaratamente una storia ispirata alla vita, all’opera e all’immaginazione dello scrittore, figura affascinante e in anticipo sui tempi.
Holland sceglie di raccontare Kafka non solo come autore, ma come corpo e mente intrappolati nel proprio tempo. Lo descrive in tutte le sue contraddizioni: vegetariano, maniaco del lavoro, introverso, emarginato, amante epistolare, e insieme impiegato che sembra vivere in un incubo. Un uomo che desidera una vita “normale”, ma che proprio da quella tensione riesce a produrre opere straordinarie.
L’umorismo, il dolore, l’angoscia moderna
Il cuore del film, più che la trama, è l’atmosfera: “Franz” racconta immaginazione, umorismo, dolore e mondo interiore di uno scrittore che ha definito l’angoscia esistenziale moderna. Kafka non viene trattato come una reliquia letteraria, ma come un autore che continua a parlare al presente, perché le sue parole fanno emergere paure e desideri nascosti anche a distanza di un secolo dalla sua morte.
È qui che il biopic sembra cambiare passo: non solo la ricostruzione di un’epoca, ma l’idea che Kafka sia ancora un dispositivo emotivo contemporaneo. Non un monumento, ma un nervo scoperto.
Padre, Max Brod, Felice e Milena: le fratture private
Il racconto attraversa tutti gli aspetti della sua vita, dal rapporto con il padre autoritario all’amicizia con Max Brod, fino alle relazioni amorose complesse con Felice Bauer e Milena Jesenska. Sono legami che nel film diventano strutture portanti: la famiglia come conflitto, l’amicizia come ancora, l’amore come possibilità e ferita.
Ne esce un affresco che non vuole “spiegare” Kafka, ma mostrare quanto la sua scrittura nasca anche da una tensione privata costante: l’impossibilità di sentirsi davvero al posto giusto, in una vita che sembra sempre chiedere qualcosa di diverso da ciò che lui può dare.
Trieste, con la sua storia di confine e di identità stratificate, apre così il suo festival con un film che parla di un uomo che è stato confine dentro se stesso. E con una domanda implicita, che Kafka avrebbe capito al volo: quanto di quello che chiamiamo normalità è solo una maschera ben recitata?