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Elezioni 2022: il labile confine delle alleanze scatena la guerriglia

- di: Diego Minuti
 
Elezioni 2022: il labile confine delle alleanze scatena la guerriglia
Come la festa appena cominciata che è già finita, diceva quell'immenso poeta della canzone che è stato Sergio Endrigo, la campagna elettorale sembra già avere raggiunto il suo climax, con i partiti e le varie formazioni che freneticamente si avvicinano e si allontanano, quasi che siano alimentate da una forza propria che prescinde dall'ideologia.
Oramai, come è naturale che sia, è un ''tutti contro tutti'' e senza esclusione di colpi nella continua ricerca di conquistare rendite di posizione nei confronti degli avversari alle elezioni, ma soprattutto di un elettorato che, mai forse come oggi, è incerto su chi merita il voto.
Quello che ormai appare certo è che, al di là di formazioni politiche marginali (per numeri, non per contenuti dei programmi e proposte), la politica, intesa come partiti e aggregazioni, ha assunto una tripartizione intorno alla quale si gioca il futuro del Paese.

Elezioni 2022: tensioni fra i partiti per la questione alleanze

Il centro-destra, che dovrebbe capitalizzare al massimo il consenso che ha generato tra una consistente fetta degli italiani, sembra cercare (e trovare) ogni occasione per marcare differenze che, alla fine, fanno solo del male alla coalizione. È abbastanza evidente che i numeri dicono una cosa (Fratelli d'Italia è il primo partito del centro-destra) che Forza Italia e Lega accettano, anche se sarebbe più corretto dire che subiscono.
I sondaggi, anche se dovessimo dare qualche punto di differenza tra essi e quella che sarà la realtà uscita dalle urne, consentono a Giorgia Meloni di guardare dall'alto gli alleati e, quindi, di potere fare la voce grossa.

Cosa che ha convinto Berlusconi e Salvini a fare marcia indietro rispetto alla proposta che sia candidato premier non chi avrà il classico ''voto in più'', ma chi sarà scelto dall'assemblea dei parlamentari neo-eletti. Un ''trappolone'' sul quale, almeno a parole, Forza Italia e Lega non insistono, ma che è la prova che non tutto deve essere dato per scontato a destra, dove vengono fatti trapelare i timori che Giorgia Meloni, da presidente del Consiglio, non sappia confermare la distanza che, da tempo, dice di avere marcato rispetto al fascismo, precludendo al Paese il rispetto e la considerazione di importanti partner stranieri.
Ci sarebbe da dire che, comunque, in politica internazionale Fratelli d'Italia ha sicuramente mostrato sentimenti filo-atlantici ed europeisti ben più forti di quelli di qualche alleato e certamente di qualche partner ideologico in Europa, dove qualcuno ha ancora nell'armadio degli scheletri in vesti moscovite.

Nel centro-sinistra, invece, tutto è confuso, per il semplice motivo che il Pd sembra proprio non riuscire ad imporsi come forza trainante, facendosi sopravanzare, nell'immaginario collettivo, dal movimentismo di Carlo Calenda, che addirittura ha ''costretto'' - e questa è una impresa - Matteo Renzi sulla difensiva, portandolo a decidere che Italia Viva correrà da sola con l'obiettivo di conquistare il 5 per cento. Che sarebbe una impresa, visto che tutti i sondaggi (e anche questa è una cosa rara) concordano nell'attribuire al partito renziano percentuali bassissime, intorno al 2 per cento. Quindi, con l'asticella messa al 5%, con buone possibilità di fallire nell'impresa e restare fuori dal parlamento, almeno come partito. Ci sono poi delle incognite, che si legano a Insieme per il futuro, di Luigi Di Maio, e a Giovanni Toti, anche se quest'ultimo sembra ancora titubante su quale sia il suo schieramento di riferimento, posto che, a suo dire, il centro-destra non esiste più.

Il partito di Di Maio è nato da troppo poco tempo per avergli consentito un minimo di radicamento sul territorio, cosa necessaria se si vogliono conseguire risultati elettorali. Perché un conto è avere un consistente gruppo parlamentare dopo una scissione, un altro è ''confermarlo'' con le elezioni. Si dice che il tempo è galantuomo, ma forse non quando non ce n'è.
L'ultima entità della 'trimurti' sono i Cinque Stelle, decisi ad andare da soli, sentendo di essere stati ''bullizzati'' (è il termine al quale molto stanno ricorrendo) quando erano al governo e rivendicando i risultati positivi dell'esecutivo guidato da Mario Draghi. Per ultimo Giuseppe Conte ha fatto riferimento al +6% del PIL italiano dello scorso anno, come se fosse merito esclusivo dei Cinque Stelle e non considerando che la quasi totalità dei Paesi occidentali, o comunque industrializzati, ha registrato nel 2021 un rimbalzo del prodotto interno lordo dopo il crollo causato dalla fase più devastante della pandemia. Ma questi sono dettagli, quando si tratta di autopromuoversi, come stanno facendo i Cinque Stelle che non perdono occasione di ripetere come loro e solo loro siano vicini alle famiglie e riservino attenzione ai problemi sociali.

Il fatto, poi, che il movimento perda i pezzi (oltre alla fuoriuscite ci sono da registrare le dimissioni del capogruppo alla Camera, Davide Crippa, in dissenso con le decisioni di Conte e dei suoi ''consiglieri'') non sembra intaccare le (in)certezze del capo politico, intenzionato a gratificare della deroga alla regola dei due mandati i suoi più stretti collaboratori. Lasciando un seggio libero, quanto blindato, a Rocco Casalino, nella beneamata Puglia.
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