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Gaza, tregua fragile e file di aiuti: ostaggi attesi lunedì

- di: Jole Rosati
 
Gaza, tregua fragile e file di aiuti: ostaggi attesi lunedì
Gaza, tregua fragile e file di aiuti: ostaggi attesi lunedì
Witkoff e Kushner in piazza a Tel Aviv, Cooper assicura: niente soldati Usa nella Striscia. Si prepara un ponte umanitario da 600 camion al giorno. Mezzo milione di sfollati rientra tra macerie e silenzio.

(Foto: automezzi carichi di auti per la popolazione entrano a Gaza).

Cosa è cambiato nelle ultime 48 ore

La tregua tiene al secondo giorno e ridisegna la mappa di Gaza per la prima volta dopo due anni di guerra. Le Idf hanno arretrato sulle linee concordate, mentre un primo nucleo di personale statunitense di supporto è atterrato in Israele per coordinare sicurezza e aiuti — non per entrare nella Striscia. Nel frattempo, la Protezione civile locale conteggia 150 corpi recuperati sotto le macerie nelle prime 24 ore di cessate il fuoco e indica oltre 9.500 dispersi. Numeri che mostrano la distanza tra prospettiva diplomatica e urgenza umanitaria.

Aiuti: il collo di bottiglia dei valichi

Il piano umanitario prevede fino a 600 camion al giorno con cibo, medicinali, acqua, carburante, tende e materiali per ripristinare le infrastrutture critiche. Le agenzie delle Nazioni Unite hanno pre-posizionato scorte in Egitto e Giordania per accelerare i convogli. Gaza City rivede rientrare ondate di persone: centinaia di migliaia tornano a cercare un tetto; molti trovano quartieri irriconoscibili e strade ostruite da detriti. Se i valichi restano fluidi, la tregua respira.

Ostaggi e prigionieri: la finestra delle 72 ore

Il cuore dell’intesa è lo scambio: 48 ostaggi dovrebbero essere liberati entro lunedì a mezzogiorno, con una corrispondente scarcerazione di detenuti palestinesi. Ospedali israeliani hanno effettuato prove di accoglienza per ricongiungimenti e triage. La scadenza delle 72 ore è il metronomo politico della tregua.

Diplomazia: Sharm el Sheikh e i riflettori internazionali

Lunedì è attesa a Sharm el Sheikh una cerimonia di alto profilo con i mediatori regionali. L’Europa si dichiara pronta a contribuire alla stabilizzazione con pacchetti umanitari e strumenti di security sector reform. Restano aperti i nodi della fase due: governance della Striscia, ruolo dell’Autorità Palestinese, disarmo di Hamas.

Le voci della giornata

Alla Piazza degli ostaggi di Tel Aviv, l’inviato Usa Steve Witkoff ha detto: “Siamo qui per un momento che molti dicevano impossibile: quando il coraggio incontra la convinzione, i miracoli accadono”. Applausi e fischi hanno mostrato un’opinione pubblica divisa.

Sulla postura americana, il comandante del Centcom ammiraglio Brad Cooper ha precisato: “Questo risultato sarà perseguito senza soldati americani sul terreno”.

Nel dibattito statunitense, Hillary Clinton ha definito l’intesa un “quadro praticabile” per chiudere il conflitto, un segnale politico in un contesto altamente polarizzato.

Il nodo che può far saltare tutto

Hamas respinge come “fuori discussione” il disarmo e bolla come “assurda” l’ipotesi di espellere propri membri dalla Striscia. Senza una formula praticabile su sicurezza e controllo interno, la fase due rischia di rimanere sulla carta. Intanto incidenti tra coloni e comunità palestinesi in Cisgiordania alimentano un rischio di riaccensione regionale.

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