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Germania +0,2%: è ancora il termometro dell’economia europea?

- di: Anna Montanari
 
Germania +0,2%: è ancora il termometro dell’economia europea?

La Germania torna in crescita, ma quasi non si vede. Nel 2025 il Pil tedesco segna +0,2% e mette fine a due anni di recessione. È un segno positivo, certo, e in un continente che vive di rallentamenti e scosse geopolitiche basta anche poco per accendere speranza. Ma la vera domanda, oggi, non è solo quanto cresce Berlino: è se la Germania sia ancora il termometro dell’Europa. Se ciò che succede nella “locomotiva” continui davvero a misurare febbre e salute dell’intero sistema europeo, oppure se il legame si sia indebolito, diventando più complesso e meno automatico.

Germania +0,2%: è ancora il termometro dell’economia europea?

Per decenni, la risposta è stata scontata: quando la Germania corre, l’Europa respira; quando la Germania frena, l’Europa tossisce. Oggi però quel rapporto appare meno lineare. La mini-crescita del 2025 porta la Repubblica federale fuori dall’incubo della recessione, ma non scioglie i nodi strutturali che hanno trasformato la debolezza in una condizione quasi permanente. E la stessa politica tedesca, pur provando a cambiare passo, ammette che il terreno resta fragile.

Uscita dalla recessione, ma la ripartenza è microscopica
Il dato ufficiale è chiaro: nel 2025 la Germania torna in positivo con +0,2%, dopo due anni di segno meno: -0,9% nel 2023 e -0,5% nel 2024. Una risalita minima, che somiglia più a un respiro che a un rilancio.
La mini-crescita viene letta come un segnale incoraggiante, ma anche come la conferma che l’economia tedesca non ha ancora trovato un nuovo slancio. Le sfide sono note e “iperdiagnosticate”: competitività, energia, burocrazia, riforme del lavoro e del welfare. Problemi che non sono più congiunturali, ma strutturali. E proprio per questo, se la Germania rallenta in modo cronico, anche l’Europa si trova davanti a un fatto nuovo: la locomotiva non è più una garanzia.

La spinta arriva dai consumi, non dall’export: cambia il modello?
A spiegare la composizione della crescita è la presidente del Destatis, Ruth Brand: la Germania “è tornata a crescere leggermente, soprattutto grazie al fatto che nel 2025 le famiglie hanno ripreso a consumare”. La crescita è dovuta principalmente all’aumento della spesa per consumi delle famiglie e dello Stato.
Questo è un punto decisivo, perché ribalta la narrazione classica della Germania “fabbrica d’Europa”. Il motore storico del Paese è sempre stato l’export. E invece qui l’export non aiuta: “le esportazioni sono diminuite”. Nel 2025, le esportazioni calano dello 0,3%, mentre le importazioni aumentano del 3,6%.

In altre parole: il Pil cresce grazie alla domanda interna e alla spesa pubblica, mentre la proiezione esterna perde forza. È un cambio di equilibrio che interessa tutta l’Europa, perché se la Germania esporta meno, tutta la rete di forniture e subforniture continentale può sentirne l’effetto. E l’Italia, che vive di filiere industriali intrecciate con quelle tedesche, lo sa bene.

Dazi Usa e concorrenza cinese: l’Europa in mezzo alla pressione globale
A pesare sull’export tedesco sono due fattori che ormai sono diventati il lessico quotidiano della geopolitica economica: i dazi di Donald Trump e la concorrenza cinese. La Germania è esposta su entrambi i fronti: da una parte un mercato americano che può diventare più protezionista, dall’altra una Cina che compete non più solo sui costi, ma anche su tecnologia e capacità produttiva.
E qui torna la domanda iniziale: se la Germania è ancora il termometro dell’Europa, allora l’Europa sta misurando anche su di sé questa pressione. Perché la crisi tedesca non nasce solo da fattori interni, ma da un mondo che cambia: catene del valore più fragili, transizione energetica costosa, competizione industriale più dura.
Il rischio è che la Germania diventi lo specchio di un problema europeo più ampio: la difficoltà a mantenere competitività industriale senza rinunciare a standard sociali, transizione ecologica e stabilità politica.

Merz e il “freno al debito”: la cura c’è, ma l’effetto è lontano
Il nuovo governo dell’alleanza Cdu-Spd ha avviato un fondo di investimenti per le infrastrutture, facendo saltare il controverso freno al debito. Una scelta che segna un cambio culturale importante in Germania, dove il rigore fiscale è stato per anni un pilastro identitario.
Ma anche qui, la realtà è più lenta della politica: secondo le previsioni, gli effetti di questi investimenti si faranno sentire soprattutto nel 2027. Non subito. E nel frattempo, lo stesso cancelliere Friedrich Merz ha definito la situazione economica “molto critica”, pur invitando a guardare il bicchiere mezzo pieno.

Merz segnala alcuni elementi positivi: inflazione sotto il 2%, aumento delle start up (cresciute nel 2025 di un terzo rispetto all’anno precedente), e un aumento delle commesse alle imprese tra novembre e dicembre. Ma il mondo economico resta prudente. Helena Melnikov, direttrice generale del DIHK, parla di “barlume di speranza” e dice che la Germania può finalmente affermare di aver “raggiunto il fondo del barile”, ma avverte che la strada verso “un vero slancio” è ancora lunga.

Intanto Handelsblatt critica il cancelliere per i “piccoli risultati”, attribuendo parte del freno ai socialdemocratici, e ricorda che le vere partite si giocano su lavoro, pensioni, burocrazia e prezzi dell’energia. È su questi nodi che si decide se Berlino saprà cambiare passo.
Alla fine, la Germania resta un termometro, sì. Ma forse non è più l’unico. E soprattutto, non è più un termometro che misura solo la febbre tedesca: misura la temperatura di un’Europa che deve reinventare il proprio modello industriale, tra pressioni esterne e fragilità interne. Se la locomotiva riparte davvero, lo capiremo non dal +0,2%, ma dalla capacità di tornare a esportare forza, investimenti e fiducia nel futuro.

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