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Green pass: il governo senta la piazza e solo dopo decida per il meglio

- di: Redazione
 
Green pass: il governo senta la piazza e solo dopo decida per il meglio
Quando le città sono teatro di manifestazioni di piazza c'è sempre una disparità di valutazione in ordine ai partecipanti, tra gli organizzatori e le forze dell'ordine (che si basano su precisi parametri per il conteggio legati, ad esempio, ai metri quadrati dei luoghi ove esse si svolgono). Quelle dei contrari al Green Pass, che si sono svolte un po' ovunque, non hanno avuto certamente i grandi numeri vantati dagli organizzatori, ma non sono stati certamente appuntamenti per pochi esagitati. Ma, quanti che siano stati i partecipanti, è apparso evidente che non si può ridurre tutto ad una protesta fatta di pochi argomenti, anche se la loro chiarezza degli slogan non è stata, in effetti, immune da qualche perplessità in ordine alla fondatezza scientifica delle tesi sostenute.

È stato comunque un segnale e di esso il Governo non può non tenere conto, anche perché - se l'obiettivo è quello di portare il Paese fuori dall'emergenza - bisogna farlo senza scatenare potenziali rivolte solo per difendere rendite di posizioni conseguenza, ad esempio, di una campagna vaccinale che sta ottenendo risultati. Il problema, quindi, non è solo la protesta e le sue motivazioni, ma capire sino a che punto essa è frutto di un pensiero o viva solo sulle ali dell'esasperazione conseguenza della crisi pandemica. Il Governo sta difendendo la sua linea, non come una testuggine di romana memoria, ma dovendo fronteggiare perplessità che nascono al suo interno e che vedono, ad esempio, la Lega parteggiare per una campagna vaccinale sempre più massiccia, ma non accompagnata da un documento che attesti l'avvenuta immunizzazione, senza il quale non si potrà accedere a luoghi pubblici in occasione di manifestazioni di puro divertimento o soltanto per consumare un caffè.

Posizioni quindi divergenti sull'effettiva necessità di varare questo ''benedetto'' passaporto vaccinale, sulle quali forse qualche riflessione diventa necessaria perché giustificata dalla protesta. Sulla quale, come era scontato, hanno giocato le loro carte coloro che, per definizione, alimentano il dissenso sociale. Così non ci si deve meravigliare più di tanto che, in alcuni cortei (a Roma, addirittura, alla testa di quello che è stato fatto), c'erano elementi di movimenti che si richiamano al fascismo e che forse la maggior parte dei manifestanti non voleva lì, coscienti di una strumentalizzazione nemmeno tanto celata. Ma questo è un altro discorso che riguarda chi ha espresso il proprio dissenso e che forse dovrebbe opporsi a venire etichettato come quello che è sceso in piazza accanto a chi voleva solo trasmettere un messaggio politico, poco interessandosi di quello sanitario o sociale. Forse è arrivato il momento di prestare orecchio alla piazza non per fare marce indietro che avrebbero del clamoroso, ma almeno per spiegare, non arroccandosi su semplici formule, come ''ce lo chiede l'Europa'' e ''rischiamo il riesplodere dei contagi''.

Se è così spetta al Governo trovare delle contromisure, ma che evitino che prosegua lo strangolamento involontario delle attività produttive chiamiamole di contiguità, quelle che non hanno alle spalle grandi gruppi economici e che possono salvarsi solo se, adottando tutte le cautele del caso, le riaperture siano realmente tali e non invece di facciata. Il quadro economico, sanitario e sociale del nostro Paese marcia su un triplo binario che non può consentirsi di lasciare indietro una parte delle attività produttive. La gente che ha protestato forse non ha le idee completamente chiare in materia di pandemia e profilassi, ma di certo sa benissimo quale sarà la fine del tessuto economico frutto dell'iniziativa dei singoli e non degli agglomerati. Piuttosto che tacciare chi ha protestato come facinorosi in mano ai neofascisti del ventunesimo secolo, sarebbe il caso di capire, comprendere e solo dopo agire. Ma per il meglio.
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