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Geopolitica, Groenlandia e Davos: l’Europa alza i paletti a Trump?

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Geopolitica, Groenlandia e Davos: l’Europa alza i paletti a Trump?

La Danimarca non arretra sulla Groenlandia e mette nero su bianco il perimetro del confronto con Washington: disponibilità al dialogo su sicurezza, investimenti ed economia, ma nessuna apertura sul nodo centrale, la sovranità. È la linea ribadita dalla premier danese Mette Frederiksen, che ha rivendicato il diritto di Copenaghen a difendere “l’integrità territoriale” nel quadro delle tensioni crescenti sull’Artico, tornato asse strategico tra rotte, risorse e deterrenza militare.

Geopolitica, Groenlandia e Davos: l’Europa alza i paletti a Trump?

“Possiamo negoziare tutti gli aspetti politici: sicurezza, investimenti, economia. Ma non possiamo negoziare la nostra sovranità”, ha dichiarato Frederiksen, riferendosi al colloquio tra il segretario generale della Nato Mark Rutte e il presidente americano Donald Trump. Un passaggio che fotografa l’equilibrio sempre più delicato dentro l’Alleanza: cooperazione rafforzata sul fronte artico, ma con un limite invalicabile che riguarda la proprietà politica e giuridica del territorio.

Nel racconto che arriva da Copenaghen pesa anche un elemento di contesto: Trump avrebbe fatto marcia indietro sui dazi verso i Paesi europei che avevano inviato contingenti militari in Groenlandia. Un segnale letto come una correzione tattica, utile a ridurre lo scontro con i partner, mentre la competizione sulla sicurezza dell’Artico resta aperta e strutturale. “Passi nella giusta direzione”, ha commentato il cancelliere tedesco Friedrich Merz a Davos, confermando che la partita non è solo militare ma anche commerciale, industriale e diplomatica.

Il punto politico è che la Groenlandia, da periferia geografica, è diventata un centro di gravità economico e strategico: infrastrutture, investimenti, presidio delle rotte e controllo delle catene di approvvigionamento passano da lì. La Danimarca prova a tenere insieme due obiettivi: non rompere con l’alleato americano e, allo stesso tempo, non concedere l’idea che i confini europei siano negoziabili sotto pressione.

Sul versante britannico, arriva un altro segnale di frizione: anche il Regno Unito ha annunciato che non prenderà parte alla cerimonia di firma del Board of Peace con Trump. La ministra degli Esteri Cooper ha motivato lo stop con “preoccupazioni” legate alla possibilità che Vladimir Putin faccia parte di un’iniziativa presentata come piattaforma di pace. Un “no” che rafforza l’idea di un’Europa divisa tra necessità di trattare e rischio reputazionale: la pace come obiettivo politico, ma senza concedere legittimazioni automatiche a Mosca.

Intanto a Davos entra nel vivo anche il dossier Ucraina. Volodymyr Zelensky è arrivato al World Economic Forum e ha in agenda un incontro con Trump alle 13. Nel pomeriggio è previsto il suo intervento in una sessione del panel del Consiglio consultivo internazionale per la ripresa dell’Ucraina, con un focus esplicito anche sulle aziende energetiche: segnale che la guerra, oltre alla dimensione militare, continua a essere una questione di infrastrutture, reti, investimenti e stabilità del sistema europeo.

Sul tavolo resta l’ipotesi negoziale. Secondo l’inviato americano Steve Witkoff, i colloqui per porre fine alla guerra avrebbero fatto “molti progressi” e si sarebbero ridotti “a un’unica questione” tra Kiev e Mosca, definita “risolvibile”. Il Cremlino non commenta. Una frase che può essere letta in due modi: come apertura verso un compromesso o come tentativo di accelerare una soluzione politica in un quadro ancora fragile, con costi economici e geopolitici che continuano a pesare sull’Europa.

Nel complesso, la giornata di Davos restituisce una fotografia chiara: l’Occidente non discute più solo di crescita, ma di confini, sovranità, sicurezza e catene globali del valore. La Groenlandia è il simbolo di questa nuova fase: una regione che diventa piattaforma strategica e, allo stesso tempo, cartina di tornasole dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. E se la linea danese è “dialogo sì, sovranità no”, la domanda di fondo è quanto l’Europa riuscirà a trasformare questa posizione in una strategia comune, prima che la geopolitica la trasformi in emergenza permanente.

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