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Meta chiude il gruppo “Mia moglie”: abuso virtuale, vergogna reale

- di: Marta Giannoni
 
Meta chiude il gruppo “Mia moglie”: abuso virtuale, vergogna reale
Meta chiude il gruppo Facebook “Mia moglie”: abuso virtuale
Tra sessismo, consenso violato e silenzio digitale: il “branco” virtuale che non deve ripetersi.

Uno “spettacolo” indecente sotto gli occhi della Rete: Meta ha deciso di chiudere il gruppo Facebook “Mia moglie”, che contava oltre 32.000 iscritti, dove venivano diffuse immagini intime di donne – spesso ignare – accompagnate da commenti violenti, sessisti e offensivi.

Una dinamica di abuso e voyeurismo

Il gruppo non era solo un archivio di foto rubate: era una piattaforma che alimentava, in circuito chiuso, una cultura sessista e predatoria. Le donne erano ritratte in momenti quotidiani – in costume al mare, a casa, mentre cucinavano – e tali immagini venivano commentate con toni insultanti, svilenti e sessualmente espliciti. L’associazione No Justice No Peace, già attiva con la campagna “Not All Men”, ha fatto partire la protesta su Instagram: “Una palese forma di abuso” e “pornografia non consensuale”, ha denunciato No Justice No Peace.

Le reazioni istituzionali: un coro unanime

Grazie all’indignazione digitale e civile, la vicenda è approdata anche in parlamento. Il gruppo del Partito Democratico nella Commissione Femminicidio e Violenza sulle Donne ha sollecitato la chiusura, definendo l’iniziativa “sconcertante e inaccettabile” e “specchio di una cultura di possesso e sopraffazione che ignora il consenso delle donne”, ha affermato il gruppo PD in Commissione.

Meta: la mossa necessaria?

Un portavoce di Meta ha motivato l’intervento come conseguenza di una chiara violazione delle policy contro lo sfruttamento sessuale di adulti. “Non consentiamo contenuti che minacciano o promuovono violenza sessuale, abusi sessuali o sfruttamento sessuale sulle nostre piattaforme”, ha dichiarato il portavoce, assicurando che, in casi estremi, l’azienda può anche segnalare le attività alle forze dell’ordine.

Serve una maggiore responsabilità collettiva

Ci troviamo davanti a un inquietante riflesso di quanto la digitalizzazione possa fare da specchio e amplificatore a pratiche di controllo, sessismo e violenza psicologica. Il gruppo “Mia moglie” non è un caso isolato, ma il sintomo di una cultura tollerante verso la violazione del corpo e della dignità.

La pronta reazione delle istituzioni, della società civile e – infine – della piattaforma fa sperare in una maggiore responsabilità collettiva. Ma questo episodio riporta alla luce una domanda cruciale: quanta sorveglianza attiva devono esercitare realtà come Meta per evitare che il voyeurismo diventi norma?

La risposta è necessariamente insieme tecnologica, culturale e politica. Nel frattempo, questa chiusura è un piccolo, ma significativo, passo nella direzione giusta.

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