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Venezuela, dopo blitz: è caos. Retromarcia Usa su cartello Maduro

- di: Jole Rosati
 
Venezuela, dopo blitz: è caos. Retromarcia Usa su cartello Maduro
Venezuela, dopo il blitz Usa: caos e retromarcia sul cartello

Maduro in manette a New York, Caracas si riempie di posti di blocco e l’Onu alza la voce. Intanto Washington fa dietrofront sulla formula “cartello”: non una cupola “classica”, ma un meccanismo di potere e fedeltà. 

(Foto: Delcy Rodriguez, primo ministro ad interim del Venezuela secondo la validazione della Corte Suprema di Caracas).

 La notte di Caracas: colpi, checkpoint e paura di nuove scosse

Nel cuore della capitale venezuelana l’aria è rimasta elettrica anche dopo l’operazione che ha portato via Nicolás Maduro. Le segnalazioni di spari e movimenti armati attorno alle sedi istituzionali — e soprattutto vicino a Miraflores — hanno alimentato una sensazione semplice e brutale: non è finita.

La versione ufficiale, rilanciata nelle ultime ore, prova a sgonfiare l’allarme parlando di colpi “di avvertimento” contro droni non autorizzati. Ma, tra strade presidiate e controlli, la città ha assunto il volto tipico delle transizioni forzate: il potere vuole mostrarsi in piedi, la popolazione misura il rischio a ogni incrocio.

Chi governa adesso: Delcy Rodríguez, la continuità con l’elmetto

La risposta istituzionale è stata rapida: Delcy Rodríguez è stata formalmente insediata come presidente ad interim. La mossa serve a un obiettivo immediato: evitare il vuoto, evitare che la macchina chavista si sfilacci e impedire che la crisi diventi una resa dei conti interna.

Rodríguez non è un volto “neutro”: è stata per anni uno dei perni del sistema di governo, con un profilo politico e operativo. Proprio per questo, nella lettura di diversi osservatori, incarna una transizione di controllo più che un cambio di stagione: continuità di catena di comando, con la necessità di gestire un Paese ferito e una capitale sotto pressione.

Maduro davanti ai giudici Usa: il processo che diventa geopolitica

Dall’altra parte dell’oceano, Maduro è comparso in tribunale a New York e ha respinto le accuse, sostenendo di essere stato sequestrato. Il quadro giudiziario è pesantissimo: narcotraffico, armi e “narco-terrorismo”, con l’idea — dichiarata da Washington — che il caso non sia solo penale, ma parte di una strategia di sicurezza.

Donald Trump ha rivendicato l’operazione come un successo militare, insistendo sul dato più vendibile in politica interna: nessuna perdita tra i suoi. "È stata tecnicamente perfetta" è il tipo di frase che trasforma un blitz in spot. Il punto, però, è che lo spot costa caro: sul terreno restano morti e un Paese che rischia di esplodere per reazione.

Il nodo del “cartello”: perché Washington frena sulla formula

Nel racconto americano la parola “cartello” è stata un grimaldello: definire un nemico come struttura criminale organizzata aiuta a giustificare misure straordinarie, dalla pressione diplomatica alle operazioni di forza. Ma ora arriva la retromarcia: in sostanza, la definizione viene ridimensionata, descrivendo più che altro un ecosistema clientelare — un intreccio di lealtà, protezione e rendite — più che un cartello “da manuale”.

Non è un dettaglio semantico. Se non hai davanti una singola “azienda del crimine”, ma un sistema che vive dentro lo Stato, allora cambiano anche le domande: chi resta al comando? chi controlla sicurezza e territorio? chi incassa? e, soprattutto, chi può garantire che le armi non parlino più della politica?

L’Onu contro l’operazione: la frattura sul diritto internazionale

L’Onu ha alzato il tono in modo netto: l’intervento viene descritto come un colpo che mina un principio fondamentale del diritto internazionale, quello che vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato. La critica non assolve il Venezuela dalle sue responsabilità: ma afferma che “fare giustizia” con un’azione unilaterale armata apre un precedente pericoloso.

In altre parole: se passa l’idea che una superpotenza possa “prelevare” un leader con un’operazione militare, allora il mondo diventa più instabile. Ed è esattamente la parola che ricorre nei commenti internazionali: destabilizzazione, effetto domino, rischio di nuove incursioni.

La stampa nel mirino: giornalisti fermati e controlli digitali

Nei momenti di scossa politica, la prima cartina tornasole è quasi sempre la stessa: quanto spazio resta all’informazione. Le ultime segnalazioni parlano di fermi di giornalisti a Caracas, poi rilasciati, con controlli su dispositivi e comunicazioni. È un messaggio classico: si può raccontare, ma sotto sorveglianza.

Il paradosso è evidente: mentre fuori si discute di “democrazia” e “ripristino della legalità”, sul terreno aumenta la pressione su chi prova a documentare. E ogni limitazione ai media rende più facile la disinformazione, più probabili le voci incontrollate, più fragile la fiducia.

Elezioni? Non domani. E intanto spunta il fantasma del petrolio

Il tema elettorale è diventato subito centrale, ma con una doccia fredda: dalla Casa Bianca arriva l’idea che non si voti nel brevissimo periodo. "Ci vorrà un periodo di tempo" è il modo elegante per dire: prima si stabilizza, poi si decide.

In parallelo, torna l’ombra lunga dell’energia. Trump ha evocato incontri con le compagnie petrolifere, segnale che il dossier venezuelano non è solo sicurezza e democrazia: è anche controllo delle risorse, ripartenza degli impianti, influenza strategica nel continente.

Tre scenari possibili: stabilizzazione, spirale, “protezione” prolungata

1) Stabilizzazione controllata

Rodríguez consolida l’ordine interno, evita faide tra apparati e apre a un percorso elettorale con tempi lunghi. È lo scenario più “pulito” sulla carta, ma richiede disciplina tra i ranghi e un minimo di ossigeno economico.

2) Spirale di violenza e fratture

Se i centri armati si moltiplicano e la catena di comando si incrina, Caracas può diventare il laboratorio della destabilizzazione: check point, scontri intermittenti, repressione, fughe di notizie e paura.

3) Presenza esterna più lunga del previsto

Se Washington lega sicurezza, transizione e “ricostruzione” al proprio presidio politico-operativo, il rischio è un protettorato di fatto, anche senza chiamarlo così. Sarebbe la scelta più controversa: internamente polarizzante, internazionalmente esplosiva.

La domanda che pesa su tutto: chi decide il dopo

La retromarcia sul “cartello” segnala una consapevolezza: il Venezuela non è un bersaglio singolo, è una rete di potere. E una rete non la smonti con un’estrazione notturna: la smonti (forse) con politica, negoziati, incentivi e pressione.

Per ora resta un dato: Maduro è negli Stati Uniti, Caracas è tesa, l’Onu contesta il metodo e la partita vera è appena iniziata. Il dopo non si giocherà solo nei palazzi: si giocherà su strade presidiate, nelle caserme, nelle raffinerie e — se verrà concesso — nelle urne.

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