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Partite Iva e regime forfettario 2026, più accesso ma anche più regole

- di: Alberto Venturi
 
Partite Iva e regime forfettario 2026, più accesso ma anche più regole

Il regime forfettario si conferma anche nel 2026 uno degli strumenti fiscali più rilevanti per l’economia dei professionisti e delle micro-imprese. Le novità introdotte con la Legge di Bilancio 2025, operative dal nuovo anno, rafforzano un impianto che negli ultimi anni ha sostenuto la crescita delle partite Iva, diventando una sorta di “ammortizzatore leggero” per chi entra o rientra nel lavoro autonomo. Ma l’allargamento della platea va di pari passo con una maggiore attenzione ai limiti e ai controlli, che restano il vero spartiacque tra agevolazione e uscita dal regime.

Opportunità e rischi del modello fiscale che regge l’autoimpiego

Il perno del sistema resta il tetto dei ricavi e compensi fissato a 85.000 euro annui. Una soglia che il legislatore ha scelto di non modificare, confermando l’idea di un regime destinato a professionisti, freelance e micro-attività. Entro questo limite si applica l’imposta sostitutiva, con un calcolo semplificato del reddito e un carico fiscale prevedibile. È un equilibrio delicato: abbastanza alto da consentire la sostenibilità economica dell’attività, ma non tale da trasformare il forfettario in una scorciatoia strutturale per imprese di dimensioni maggiori.

Dipendenti verso l’autonomia: la leva dei 35 mila euro
Una delle innovazioni più significative riguarda i lavoratori dipendenti. La soglia di reddito da lavoro subordinato o assimilato sale a 35.000 euro lordi annui, ampliando il bacino di chi può aprire una partita Iva senza perdere l’accesso al regime agevolato. È una scelta che intercetta un fenomeno reale: la crescente ibridazione tra lavoro dipendente e autonomo, tra attività principale e progetti paralleli. Per molti, il forfettario diventa così una porta d’ingresso graduale all’autoimpiego, più che una rottura netta con il lavoro tradizionale.

L’aliquota al 5% per le nuove attività
Resta uno degli elementi più attrattivi del sistema: la flat tax ridotta al 5% per i primi cinque anni di attività. Una misura pensata per accompagnare la fase più fragile del ciclo di vita di un’impresa o di uno studio professionale. I requisiti, tuttavia, restano stringenti: niente attività analoghe nei tre anni precedenti e divieto di prosecuzione di un lavoro già svolto. Il messaggio è chiaro: l’agevolazione premia chi parte davvero da zero, non chi riorganizza artificialmente il proprio reddito.

Contributi previdenziali, il vero costo nascosto
Se sul fronte fiscale il regime forfettario appare vantaggioso, quello previdenziale resta più complesso. I professionisti iscritti alla Gestione Separata Inps versano contributi proporzionali al reddito, senza minimi fissi. Artigiani e commercianti, invece, continuano a pagare contributi minimi, con la possibilità di una riduzione del 35%. Una scelta che alleggerisce la liquidità nel breve periodo ma incide sulle future prestazioni pensionistiche. È uno dei nodi strutturali del sistema: il risparmio immediato può tradursi in una minore tutela nel lungo termine.

Il controllo di fine anno diventa decisivo
Il vero banco di prova del regime forfettario non è l’ingresso, ma la permanenza. La verifica dei ricavi, dei redditi da lavoro dipendente o pensione, delle spese per personale e collaboratori e delle eventuali cause di esclusione è essenziale. Superare gli 85.000 euro senza oltrepassare i 100.000 comporta l’uscita dal regime dall’anno successivo; superare i 100.000 euro determina invece l’immediata applicazione del regime ordinario. Una soglia, quest’ultima, che impone monitoraggi continui e una gestione amministrativa tutt’altro che “leggera”.

Un modello che ha avuto successo
Il regime forfettario ha funzionato perché ha offerto semplicità in un sistema fiscale complesso e perché ha intercettato una trasformazione profonda del mercato del lavoro. Freelance, professionisti digitali, consulenti, tecnici: una platea ampia che ha trovato nel forfettario una cornice sostenibile. Ma il suo successo ha anche generato distorsioni e critiche, soprattutto sul fronte dell’equità e della concorrenza con il lavoro dipendente.

Opportunità, non automatismi
Nel 2026 il forfettario resta una leva potente, ma non è una formula magica. Richiede disciplina, pianificazione e consapevolezza dei limiti. In un contesto economico incerto, rappresenta una possibilità concreta per chi vuole mettersi in proprio, ma premia solo chi è in grado di governare i numeri e rispettare le regole. È questa la vera sfida del modello: continuare a sostenere l’autoimpiego senza trasformarlo in una zona grigia permanente del sistema fiscale.

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