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Vertice Alaska: Trump guarda Putin negli occhi, ma pace resta in bilico

- di: Bruno Coletta
 
Vertice Alaska: Trump guarda Putin negli occhi, ma pace resta in bilico
Vertice Alaska: Trump guarda Putin, pace ancora in bilico
Un faccia a faccia esplorativo tra opposti: Trump cerca chiarezza, Zelensky avverte che senza Kiev non si decide nulla.

(Trump e Putin nell'incontro avuto la prima presidenza del tycoon).

Alaska, il gran giorno che scuote la geopolitica

Il luogo non è casuale: l’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin si terrà venerdì 15 agosto 2025 alla base militare di Elmendorf-Richardson, poco fuori Anchorage, Alaska. La scelta ha un significato simbolico e politico: si tratta del primo vertice Usa-Russia sul suolo americano dal 1988, un salto indietro nella memoria della diplomazia e un momento di visibilità straordinaria per entrambi i leader.

Strategia e definizione dell’incontro

La Casa Bianca insiste nel definire il summit come un semplice esercizio di ascolto. Donald Trump, secondo il Segretario di Stato Marco Rubio, non vuole concedere nulla a priori ma piuttosto valutare di persona “guardando quest’uomo negli occhi”. Le telefonate con il leader russo, ha spiegato Rubio, non hanno prodotto le informazioni e la chiarezza desiderate. Per questo il presidente ha scelto un faccia a faccia, definito “esplorativo”, per capire se ci sono margini di successo nei negoziati.

Rubio ha anche messo le mani avanti: già nei primi minuti del colloquio si potrà capire se l’iniziativa ha qualche possibilità di funzionare. Ma ha ammesso che sarà “un confronto difficile”, perché la guerra è “molto importante per Putin” e Mosca non sembra intenzionata a cambiare rotta.

I timori dell’Ucraina e dell’Europa

A Kiev, l’atmosfera è tutt’altro che fiduciosa. Il presidente Volodymyr Zelensky ha definito l’incontro “una vittoria personale per Putin” che rischia di rompere l’isolamento internazionale del Cremlino e di ritardare eventuali nuove sanzioni americane contro la Russia. Ha avvertito che “senza di noi non si decide nulla”, ribadendo che l’Ucraina deve sedere a qualsiasi tavolo in cui si discute del futuro del proprio territorio.

In Europa, i principali leader — dal cancelliere tedesco Friedrich Merz al presidente francese Emmanuel Macron, passando per il primo ministro britannico Keir Starmer — hanno organizzato una videoconferenza con Trump e Zelensky per ribadire che qualsiasi accordo dovrà prevedere il pieno coinvolgimento dell’Ucraina e condizioni chiare, a partire da un cessate il fuoco verificabile.

“Land swapping”: la mina nel summit

Uno dei punti più controversi è la possibilità di discutere un “land swap”, uno scambio territoriale per chiudere il conflitto. L’ipotesi, anticipata da fonti vicine alla Casa Bianca, è stata accolta da un secco rifiuto di Zelensky: “L’Ucraina non cederà un solo centimetro”. Analisti e organizzazioni filo-ucraini hanno già ribattezzato l’appuntamento di Anchorage come “il vertice della resa”, temendo che un compromesso territoriale possa minare la sovranità ucraina.

Il quadro russo: forza sul campo, bilico diplomatico

Sul terreno, l’esercito russo mantiene posizioni vantaggiose, soprattutto nel Donbass, ma non ha ottenuto vittorie decisive. Secondo diverse analisi, Putin potrebbe usare l’incontro come leva diplomatica per ottenere ciò che non è riuscito a conquistare militarmente. Molti mettono in guardia dall’illusione di una pace rapida, richiamando precedenti storici in cui intese apparentemente pacificatrici hanno finito per favorire aggressori determinati.

Il quadro decisorio: sì condizionato, no fermo

Negli Stati Uniti, la linea non è unanime. Alcuni senatori repubblicani, come Lindsey Graham, sono disposti a considerare compromessi territoriali solo se accompagnati da solide garanzie di sicurezza per Kiev e da sanzioni automatiche in caso di violazioni russe. Trump, invece, appare determinato a chiudere rapidamente un accordo, ma dovrà fare i conti con un Congresso diviso e con l’opinione pubblica americana, ancora sensibile al tema della credibilità internazionale.

Zelensky, dal canto suo, ha promesso di “difendere ogni metro del Donbass” e di non cedere alla pressione internazionale per una pace che somigli più a un diktat che a un negoziato equo.

In definitiva, il vertice di Anchorage non è soltanto un’occasione per due leader di stringersi la mano. È un momento carico di rischi e opportunità, in cui il simbolismo politico e la pressione internazionale si intrecciano con la dura realtà di una guerra ancora lontana dall’essere risolta. Se sarà davvero solo un “ascolto esplorativo” o il primo passo verso un accordo che potrebbe ridisegnare i confini dell’Ucraina, lo diranno le prossime ore. Ma una cosa è certa: a decidere non saranno solo Trump e Putin, e senza Kiev il tavolo resta zoppo.

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