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Project Sunrise: la Gaza smart city di Kushner e Witkoff

- di: Vittorio Massi
 
Project Sunrise: la Gaza smart city di Kushner e Witkoff
Project Sunrise: la Gaza smart city di Kushner e Witkoff
Un dossier da 112,1 miliardi, rendering di grattacieli e un nodo politico enorme: chi governa, chi paga, e dove vivono (nel frattempo) due milioni di persone. 

(Foto: un rendering del Project Sunrise a Gaza).

C’è una Gaza raccontata dalle cronache quotidiane: macerie, emergenza umanitaria, negoziati che avanzano a strappi. E poi c’è una Gaza “di carta” (anzi, di slide), fatta di render 3D, distretti finanziari, piattaforme digitali, cliniche, resort e perfino alta velocità. Questa seconda Gaza ha un nome: Project Sunrise.

Secondo ricostruzioni pubblicate negli Stati Uniti e riprese in Italia, la bozza sarebbe stata preparata in un tempo lampo (poche settimane) da un team guidato da Jared Kushner e dall’inviato speciale Steve Witkoff. L’idea: mettere in fila un gigantesco piano di ricostruzione e sviluppo, stimato in 112,1 miliardi di dollari in dieci anni, con l’ambizione di trasformare la Striscia in una smart city costiera.

Che cos’è Project Sunrise e cosa promette

La bozza viene descritta come una presentazione “sensibile ma non classificata”, costruita per parlare la lingua di governi e investitori: grafici, tabelle di costo, fasi operative, indicatori e immagini di skyline marittimi. La narrazione è lineare: prima l’emergenza, poi la ricostruzione, quindi il rilancio economico fino a immaginare – nel lungo periodo – un parziale autofinanziamento dei progetti grazie alla crescita generata.

Il lessico è quello della modernizzazione spinta: infrastrutture digitali, connettività e servizi anche via satellite, governance “data-driven”, hub per innovazione e finanza, oltre a un pacchetto “fisico” ad alto impatto simbolico (trasporti rapidi, sviluppo del fronte mare, edilizia di pregio).

I conti: 112,1 miliardi, sovvenzioni e nuovo debito

Il cuore politico del dossier è anche il più delicato: chi mette i soldi. Le sintesi circolate in queste ore indicano un mix composto da sovvenzioni e nuovo debito, con gli Stati Uniti in un ruolo di “ancora” finanziaria e di garanzia insieme ad attori multilaterali.

La logica dichiarata è quella di far partire il meccanismo con un supporto iniziale molto robusto (tra contributi e garanzie), per poi attirare capitali privati e partner statali lungo la rotta. Nella parte “commerciale” del racconto, compaiono anche stime di ritorni economici complessivi nell’ordine di decine di miliardi, come se Gaza fosse un maxi-progetto immobiliare e infrastrutturale da far decollare sul mercato globale.

Il convitato di pietra: sicurezza, disarmo e fattibilità

Qui il piano sbatte contro la realtà: non esiste investimento senza sicurezza. Diverse ricostruzioni citano scetticismo interno negli apparati statunitensi sulla possibilità di avviare davvero una trasformazione di questa scala se non cambia, prima, l’equazione politica e militare sul terreno.

Un punto ricorrente nelle letture critiche è la condizione del disarmo di Hamas come prerequisito: condizione che, nella pratica, rischia di trasformarsi nel pulsante “start” che nessuno riesce a premere.

La domanda che divora tutte le altre: dove vanno gli sfollati

Le slide possono disegnare ponti, grattacieli e linee ferroviarie. Ma una domanda resta brutale: dove vivono le persone mentre si ricostruisce? Le ricostruzioni disponibili sottolineano che il progetto, così come descritto, non entra in modo risolutivo nei dettagli su una sistemazione stabile e dignitosa per circa due milioni di residenti in una fase di cantieri lunghissima.

Ed è un buco enorme, perché la ricostruzione non è solo cemento: è continuità di vita (scuole, cure, lavoro), è gestione delle macerie, è rimozione di ordigni inesplosi, è rete idrica ed elettrica che regga subito, non “a progetto finito”.

Il “precedente” mediatico: la Riviera immaginata e l’AI

Project Sunrise arriva dopo mesi in cui, attorno al futuro di Gaza, è circolata anche una rappresentazione spettacolare: un video generato con intelligenza artificiale condiviso da Donald Trump a fine febbraio 2025, che mostrava una Striscia trasformata in un resort scintillante, versione “Riviera”.

Quel contenuto – rimbalzato sui media internazionali e rivendicato dal suo autore come satira – ha aperto una questione: quando la politica parla per immagini iperrealistiche, il confine tra programma e propaganda si assottiglia. Oggi, con Project Sunrise, la stessa estetica torna in forma più “istituzionale”: non un meme, ma un pitch.

I colloqui di Miami e l’idea di una governance transitoria

Mentre il piano viene raccontato sui giornali, la diplomazia prova a tenere il passo. Il 18 dicembre 2025, secondo Reuters, Witkoff era atteso a Miami per incontri con rappresentanti di Qatar, Egitto e Turchia su Gaza e sui passaggi successivi di un percorso negoziale.

In questo contesto è circolata anche l’ipotesi di un organismo di governance provvisoria, descritto come un Board of Peace, chiamato – nelle intenzioni – a gestire una transizione. Witkoff, in dichiarazioni pubbliche riprese da media internazionali, ha parlato di passi avanti e di ulteriori consultazioni nelle settimane successive.

Tra urbanistica e geopolitica: perché il progetto divide

A sostegno, i promotori puntano sull’argomento più semplice: mettere soldi e infrastrutture dove oggi c’è devastazione. La promessa è una conversione rapida dall’assistenza alla crescita, dalla precarietà a un’economia capace di camminare sulle proprie gambe.

I critici, invece, vedono un rischio speculare: trattare una crisi storica come una pratica immobiliare, con una “roadmap” disegnata dall’alto e una filiera di scelte (sicurezza, sovranità, diritti, rappresentanza) che non si risolvono con un masterplan. In questa lettura, Project Sunrise è soprattutto un oggetto politico: serve a fissare un immaginario, a spostare il baricentro della discussione, a parlare al mercato e ai governi in cerca di “stabilità investibile”.

Che cosa succede adesso

Nell’immediato, Project Sunrise resta una bozza: non è un accordo, non è un piano votato, non è un progetto cantierabile domani mattina. Ma è già qualcosa: un segnale di come una parte dell’entourage trumpiano immagina il “dopo”.

Il punto è che il “dopo” non arriva per inerzia. Dipende da un intreccio di condizioni: cessate il fuoco credibile, assetto di sicurezza, governance riconosciuta, e un meccanismo finanziario che non si regga su slogan. Finché questi nodi restano aperti, Gaza continuerà ad avere due futuri paralleli: quello delle slide, e quello – molto più duro – della realtà. 

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