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Tre morti in galleria: quando la strada diventa luogo di vulnerabilità sociale

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Tre morti in galleria: quando la strada diventa luogo di vulnerabilità sociale

L’incidente avvenuto nella galleria della Variante di Valico, nel comune di Barberino del Mugello, che ha provocato la morte di tre persone e il ferimento di altre due, non è solo una tragica fatalità stradale. È un episodio che chiama in causa il modo in cui la società contemporanea concepisce, struttura e vive la mobilità. Le strade, le autostrade e le infrastrutture di collegamento sono spazi costruiti per garantire scorrimento, velocità e efficienza. Ma dietro queste logiche di performance si cela un sistema che spesso dimentica la componente umana, la fragilità di chi vi transita, la vulnerabilità che si annida dietro ogni sorpasso, ogni galleria, ogni deviazione.

Tre morti in galleria: quando la strada diventa luogo di vulnerabilità sociale

L’incidente riapre il dibattito sulla relazione tra uomo e macchina, tra guidatore e ambiente stradale. In galleria, il margine d’errore si riduce, le vie di fuga si annullano, la visibilità si abbassa. In questo scenario, la responsabilità del singolo automobilista si intreccia con la progettazione infrastrutturale, le condizioni tecniche dei veicoli, la gestione del traffico. Non si tratta di attribuire colpe, ma di riconoscere che l’automobilità moderna è un ecosistema complesso in cui il rischio è strutturale. Ogni giorno milioni di persone attraversano spazi potenzialmente ostili senza reale consapevolezza della propria esposizione. La sicurezza non è solo una questione di norme, ma di cultura sociale diffusa.

La morte sulla strada come evento normalizzato
La morte in un incidente stradale, pur essendo evento traumatico, viene paradossalmente percepita come “normale”. Le cronache quotidiane la raccontano con linguaggio stereotipato, e l’opinione pubblica tende a metabolizzarla con distacco. Ma questa “normalizzazione” è in sé un segnale preoccupante: ci si abitua a un tributo di vite umane in nome della mobilità, come se fosse un prezzo inevitabile del progresso. In realtà, ogni morte rappresenta la rottura violenta di una biografia, di un progetto, di relazioni. E quando accade in uno spazio come una galleria – che per sua natura comprime, isola, schiaccia – l’evento assume un carattere ancora più emblematico: la modernità che divora i suoi stessi fruitori.

Il trauma comunitario e l'invisibilità dei lutti mobili
A differenza di altre morti pubbliche, quelle su strada restano spesso “invisibili” dal punto di vista simbolico. Non hanno una liturgia collettiva, non generano dibattiti profondi, se non nei casi eclatanti. Eppure, lasciano cicatrici non solo sulle famiglie delle vittime, ma anche sulle comunità attraversate, sui testimoni, sui soccorritori, su chi per caso si è trovato coinvolto. La galleria della Variante di Valico è solo uno dei tanti luoghi dove si incrociano storie, destini, ansie. La sua trasformazione da canale di transito a teatro di morte ci obbliga a interrogarci sulla fragilità delle nostre infrastrutture simboliche e affettive.

Sostenibilità, velocità e società dell’accelerazione

Il mito della velocità, che ha accompagnato lo sviluppo delle società industriali e post-industriali, continua a influenzare la progettazione del tempo e dello spazio. Autostrade più ampie, gallerie più lunghe, percorsi più rapidi: ogni miglioramento tecnico è orientato all’abbattimento dei tempi di percorrenza. Ma la sociologia dell’accelerazione – da Hartmut Rosa a Paul Virilio – ci mette in guardia da un fenomeno ben più profondo: l’impossibilità di rallentare, la compressione dei ritmi vitali, l’espulsione della lentezza come valore. L’incidente nella Variante di Valico ci restituisce il lato oscuro di questa corsa ininterrotta, che non sempre porta lontano, e a volte non lascia via di ritorno.

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