Riserve da capogiro, produzione a singhiozzo: tra sanzioni, licenze e gas, la “cassaforte” dell’energia riaccende appetiti e paure.
Il Venezuela è il paradosso perfetto dell’energia: sotto i piedi ha una fortuna, sopra la testa una tempesta.
Sulla carta, la sua dote è quasi indecente: 303 miliardi di barili di riserve provate, circa un sesto del pianeta.
Nella realtà, però, la ricchezza non scorre: scivola, si incaglia, si arena tra infrastrutture logore, finanza stremata e un mosaico di vincoli politici e sanzionatori.
Eppure, proprio quando il settore sembra respirare con un polmone solo, torna a farsi sentire un’eco familiare: la voce delle grandi compagnie,
la vecchia e sempre nuova corsa ai barili. Perché il Venezuela non è “solo” un produttore: è una promessa.
Una promessa pesante, vischiosa, complicata. Ma enorme.
La cassaforte si chiama Orinoco: tanto petrolio, ma “difficile”
Il cuore di questa storia batte nella Faja del Orinoco, la fascia petrolifera dove domina il greggio extra-pesante.
Qui sta una delle ragioni per cui Caracas è al tempo stesso Eldorado e labirinto:
l’olio c’è, ma è costoso da estrarre, trattare e trasportare, e spesso richiede impianti specifici o processi di upgrading.
La formula è semplice solo a parole: per trasformare riserve in produzione servono capitali, tecnologia, ricambi, servizi, diluenti.
E serve continuità operativa. È esattamente ciò che è mancato in anni di sotto-investimento e isolamento finanziario.
Dal “Paese petrolifero” al Paese che non riesce a pompare
Il declino è uno di quelli che fanno rumore anche quando i pozzi tacciono: dai picchi storici del secolo scorso, la produzione venezuelana è
crollata fino a livelli che pesano poco sul mercato globale. Negli ultimi anni, tra riattivazioni e aggiustamenti, si è vista una ripresa parziale:
in alcuni mesi del 2025 Caracas ha superato quota 1 milione di barili al giorno.
Ma è una ripartenza fragile: basta un collo di bottiglia logistico, un guasto, un giro di vite politico, e il sistema torna a tremare.
Sanzioni, licenze e la “geopolitica del rubinetto”
Il dossier venezuelano è anche un manuale pratico su come la politica può diventare valvola industriale.
Negli Stati Uniti il quadro è definito da un sistema di sanzioni e licenze che autorizzano o vietano specifiche attività.
Nel tempo, alcune aperture selettive hanno permesso operazioni limitate a determinate aziende, in un equilibrio instabile tra pressione e pragmatismo.
In questo spazio stretto si è mossa soprattutto Chevron, rimasta operativa con autorizzazioni mirate.
Il risultato è che il Venezuela, pur sanzionato, non è mai sparito dal radar energetico: è rimasto un tema “gestito”, più che rimosso.
Eni e il gas: l’altra partita che vale oro (e politica)
Se il petrolio è l’ossessione, il gas è la scommessa strategica. In particolare per chi, in Europa, cerca molecole
e flessibilità in un mercato energetico che non ama i vuoti.
Qui entra in scena Eni. Il gruppo italiano è stato coinvolto in iniziative legate al gas e a meccanismi di pagamento
che, in alcune fasi, prevedevano rimborsi tramite forniture di greggio. Ma la materia è diventata sensibile:
Washington ha segnalato stop o restrizioni su alcune forme di rimborso e autorizzazioni, ridisegnando il perimetro operativo per operatori europei.
Tradotto: il gas venezuelano è interessante, ma il “come” conta quanto il “quanto”.
Repsol, le revoche e il messaggio alle europee: “si fa sul serio”
Le tensioni sulle licenze hanno riguardato anche Repsol e altri partner storici.
Quando un’autorizzazione viene ridotta o revocata, non è soltanto un problema di barili: è un segnale.
Per le major e per i service, significa ricalcolare rischi, assicurazioni, catene di fornitura, perfino la semplice possibilità di fatturare.
Export: quando il petrolio c’è, ma non parte
La vulnerabilità venezuelana si vede benissimo nei porti. Se la logistica si inceppa, l’intero sistema va in pressione:
i serbatoi si riempiono, le navi aspettano, la produzione deve rallentare.
In un contesto di forte turbolenza politica e irrigidimento dei controlli, l’export può fermarsi o ridursi bruscamente,
con effetti immediati su entrate e operatività.
“Riserve gigantesche, realtà complicata”: il punto degli esperti
A rendere l’idea della sproporzione tra potenziale e realtà basta una frase, attribuita a un’analisi citata da media internazionali:
“Il punto è che la dimensione delle riserve è paragonabile solo a Medio Oriente e Canada”.
Il seguito, però, è implicito: la dimensione non basta. Conta la capacità di trasformare geologia in barili commerciabili.
Perché Big Oil guarda (di nuovo) a Caracas
Il ritorno di interesse non è romanticismo tropicale: è matematica industriale.
Le raffinerie di una parte del mondo — in particolare quelle attrezzate per greggi più pesanti — hanno memoria lunga.
E in un mercato che alterna euforia e scarsità, una riserva così grande resta un magnete.
Ma Big Oil non si muove per “annunci”: si muove per condizioni.
Servono regole stabili, garanzie contrattuali, certezza dei pagamenti, sicurezza fisica degli asset e, soprattutto,
un orizzonte credibile per investimenti che possono valere decine di miliardi e richiedere anni.
Il nodo PDVSA: la compagnia che dovrebbe guidare la rinascita
In teoria, la leva principale è PDVSA. In pratica, è anche il collo di bottiglia più citato:
gestione, accesso al credito, manutenzione, governance, contenziosi.
E c’è un altro dossier che pesa come un’ombra: CITGO e le dispute legali legate agli asset esteri,
una partita che parla di debiti, risarcimenti e controllo dei flussi.
Scenari: quanto tempo serve per “riaccendere” davvero il Venezuela
Il consenso tra analisti e operatori è severo: anche con condizioni favorevoli, la ricostruzione di capacità produttiva e infrastrutture
non è un colpo di bacchetta. È un cantiere.
Rimettere in sesto pozzi, impianti, upgrading, pipeline, porti e raffinerie richiede anni, oltre a competenze specialistiche
e una filiera che oggi si muove con cautela.
Per l’Europa la domanda è pragmatica: il Venezuela può diventare una fonte “utile” (anche per il gas), ma solo se la cornice politica
non trasforma ogni cargo in un azzardo. Per gli Stati Uniti la domanda è doppia: energia e leva strategica.
Per Caracas, infine, la domanda è la più dura: come monetizzare l’oro nero senza restarne prigioniera.
La conclusione: la corsa è partita, ma il traguardo non è vicino
Il Venezuela è tornato a essere un titolo grosso perché la geologia non cambia: 303 miliardi di barili restano lì,
come un invito. Ma tutto il resto — politica, sanzioni, infrastrutture, fiducia — cambia eccome.
E in questa partita, la “nuova corsa al greggio” non la vince chi arriva per primo: la vince chi riesce a restare.