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Venezuela, la nuova corsa al greggio: Big Oil fiuta l’Orinoco

- di: Marta Giannoni
 
Venezuela, la nuova corsa al greggio: Big Oil fiuta l’Orinoco
Venezuela, la nuova corsa al greggio: Big Oil fiuta l’Orinoco

Riserve da capogiro, produzione a singhiozzo: tra sanzioni, licenze e gas, la “cassaforte” dell’energia riaccende appetiti e paure. 

Il Venezuela è il paradosso perfetto dell’energia: sotto i piedi ha una fortuna, sopra la testa una tempesta. Sulla carta, la sua dote è quasi indecente: 303 miliardi di barili di riserve provate, circa un sesto del pianeta. Nella realtà, però, la ricchezza non scorre: scivola, si incaglia, si arena tra infrastrutture logore, finanza stremata e un mosaico di vincoli politici e sanzionatori.

Eppure, proprio quando il settore sembra respirare con un polmone solo, torna a farsi sentire un’eco familiare: la voce delle grandi compagnie, la vecchia e sempre nuova corsa ai barili. Perché il Venezuela non è “solo” un produttore: è una promessa. Una promessa pesante, vischiosa, complicata. Ma enorme.

La cassaforte si chiama Orinoco: tanto petrolio, ma “difficile”

Il cuore di questa storia batte nella Faja del Orinoco, la fascia petrolifera dove domina il greggio extra-pesante. Qui sta una delle ragioni per cui Caracas è al tempo stesso Eldorado e labirinto: l’olio c’è, ma è costoso da estrarre, trattare e trasportare, e spesso richiede impianti specifici o processi di upgrading.

La formula è semplice solo a parole: per trasformare riserve in produzione servono capitali, tecnologia, ricambi, servizi, diluenti. E serve continuità operativa. È esattamente ciò che è mancato in anni di sotto-investimento e isolamento finanziario.

Dal “Paese petrolifero” al Paese che non riesce a pompare

Il declino è uno di quelli che fanno rumore anche quando i pozzi tacciono: dai picchi storici del secolo scorso, la produzione venezuelana è crollata fino a livelli che pesano poco sul mercato globale. Negli ultimi anni, tra riattivazioni e aggiustamenti, si è vista una ripresa parziale: in alcuni mesi del 2025 Caracas ha superato quota 1 milione di barili al giorno. Ma è una ripartenza fragile: basta un collo di bottiglia logistico, un guasto, un giro di vite politico, e il sistema torna a tremare.

Sanzioni, licenze e la “geopolitica del rubinetto”

Il dossier venezuelano è anche un manuale pratico su come la politica può diventare valvola industriale. Negli Stati Uniti il quadro è definito da un sistema di sanzioni e licenze che autorizzano o vietano specifiche attività. Nel tempo, alcune aperture selettive hanno permesso operazioni limitate a determinate aziende, in un equilibrio instabile tra pressione e pragmatismo.

In questo spazio stretto si è mossa soprattutto Chevron, rimasta operativa con autorizzazioni mirate. Il risultato è che il Venezuela, pur sanzionato, non è mai sparito dal radar energetico: è rimasto un tema “gestito”, più che rimosso.

Eni e il gas: l’altra partita che vale oro (e politica)

Se il petrolio è l’ossessione, il gas è la scommessa strategica. In particolare per chi, in Europa, cerca molecole e flessibilità in un mercato energetico che non ama i vuoti.

Qui entra in scena Eni. Il gruppo italiano è stato coinvolto in iniziative legate al gas e a meccanismi di pagamento che, in alcune fasi, prevedevano rimborsi tramite forniture di greggio. Ma la materia è diventata sensibile: Washington ha segnalato stop o restrizioni su alcune forme di rimborso e autorizzazioni, ridisegnando il perimetro operativo per operatori europei. Tradotto: il gas venezuelano è interessante, ma il “come” conta quanto il “quanto”.

Repsol, le revoche e il messaggio alle europee: “si fa sul serio”

Le tensioni sulle licenze hanno riguardato anche Repsol e altri partner storici. Quando un’autorizzazione viene ridotta o revocata, non è soltanto un problema di barili: è un segnale. Per le major e per i service, significa ricalcolare rischi, assicurazioni, catene di fornitura, perfino la semplice possibilità di fatturare.

Export: quando il petrolio c’è, ma non parte

La vulnerabilità venezuelana si vede benissimo nei porti. Se la logistica si inceppa, l’intero sistema va in pressione: i serbatoi si riempiono, le navi aspettano, la produzione deve rallentare. In un contesto di forte turbolenza politica e irrigidimento dei controlli, l’export può fermarsi o ridursi bruscamente, con effetti immediati su entrate e operatività.

“Riserve gigantesche, realtà complicata”: il punto degli esperti

A rendere l’idea della sproporzione tra potenziale e realtà basta una frase, attribuita a un’analisi citata da media internazionali: “Il punto è che la dimensione delle riserve è paragonabile solo a Medio Oriente e Canada”. Il seguito, però, è implicito: la dimensione non basta. Conta la capacità di trasformare geologia in barili commerciabili.

Perché Big Oil guarda (di nuovo) a Caracas

Il ritorno di interesse non è romanticismo tropicale: è matematica industriale. Le raffinerie di una parte del mondo — in particolare quelle attrezzate per greggi più pesanti — hanno memoria lunga. E in un mercato che alterna euforia e scarsità, una riserva così grande resta un magnete.

Ma Big Oil non si muove per “annunci”: si muove per condizioni. Servono regole stabili, garanzie contrattuali, certezza dei pagamenti, sicurezza fisica degli asset e, soprattutto, un orizzonte credibile per investimenti che possono valere decine di miliardi e richiedere anni.

Il nodo PDVSA: la compagnia che dovrebbe guidare la rinascita

In teoria, la leva principale è PDVSA. In pratica, è anche il collo di bottiglia più citato: gestione, accesso al credito, manutenzione, governance, contenziosi. E c’è un altro dossier che pesa come un’ombra: CITGO e le dispute legali legate agli asset esteri, una partita che parla di debiti, risarcimenti e controllo dei flussi.

Scenari: quanto tempo serve per “riaccendere” davvero il Venezuela

Il consenso tra analisti e operatori è severo: anche con condizioni favorevoli, la ricostruzione di capacità produttiva e infrastrutture non è un colpo di bacchetta. È un cantiere. Rimettere in sesto pozzi, impianti, upgrading, pipeline, porti e raffinerie richiede anni, oltre a competenze specialistiche e una filiera che oggi si muove con cautela.

Per l’Europa la domanda è pragmatica: il Venezuela può diventare una fonte “utile” (anche per il gas), ma solo se la cornice politica non trasforma ogni cargo in un azzardo. Per gli Stati Uniti la domanda è doppia: energia e leva strategica. Per Caracas, infine, la domanda è la più dura: come monetizzare l’oro nero senza restarne prigioniera.

La conclusione: la corsa è partita, ma il traguardo non è vicino

Il Venezuela è tornato a essere un titolo grosso perché la geologia non cambia: 303 miliardi di barili restano lì, come un invito. Ma tutto il resto — politica, sanzioni, infrastrutture, fiducia — cambia eccome. E in questa partita, la “nuova corsa al greggio” non la vince chi arriva per primo: la vince chi riesce a restare.

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