Umanesimo Digitale: la risposta allo spettro dell’algoritmo

- di: Andrea Colucci
 
Qualche settimana fa il due volte premio Oscar Sean Penn ci è andato giù pesante.

Durante i giorni del premio cinematografico di Cannes 2023 ha appoggiato con forza lo sciopero degli sceneggiatori e dei registi che in quegli stessi giorni – metaforicamente parlando- andava in scena negli Stati Uniti. L'attore pluripremiato non ha esitato un attimo a scagliarsi contro i produttori cinematografici, definendoli i nuovi banchieri e finanzieri. La ragione dello sciopero era protestare contro l'utilizzo, nel cinema e nella televisione, dell'intelligenza artificiale come metodo di produzione di contenuti. Il rischio paventato più evidente: la perdita di migliaia di posti di lavoro nell’industria dell’entertainment.

Un caso emblematico e di grande risonanza, relativo a un dibattito che ormai da mesi sta dividendo il mondo in due. A voler essere molto estremi la dicotomia è tra chi pensa che l'intelligenza artificiale salverà il mondo, o viceversa tra chi crede che lo distruggerà. Complicato dare una risposta, ma questa volta la riflessione innescata è profonda.

Tanto profonda che , sempre negli USA , è accaduto che autorevoli personalità del mondo accademico,  dell'industria e della società civile hanno firmato un “paper” per esprimere la loro preoccupazione sullo sviluppo irresponsabile di questa tecnologia:  negli scorsi mesi infatti  numerosi esperti - tra cui Elon Musk e Steve Wozniak -  hanno pubblicato un documento chiedendo lo stop di sei mesi di ChatGPT, la più recente e diffusa applicazione di AI.

La crescita dell’intelligenza è stata talmente veloce ed esponenziale da aver messo in allerta anche chi l'ha sviluppata: tra i firmatari del “paper” ci sono infatti il CEO di OpenAI Sam Altman, il CEO di Anthropic Dario Amodei, il CTO di Microsoft Kevin Scott, Demis Hassabis, CEO di DeepMind e i ricercatori Geoffrey Hinton e Youshua Bengio che nel 2018 hanno vinto il Turing Award per il loro lavoro sull'intelligenza artificiale.

Molto difficile avere la verità in tasca, o pretendere una lettura univoca della questione. 

Sinceramente io penso che lo sviluppo tecnologico e le ondate che negli anni l'hanno sostenuto abbiano portato più benefici che non danni all'umanità. Ne sono fortemente convinto soprattutto se penso agli utilizzi delle nuove tecnologie in campo medico, ma anche in quello della sicurezza applicata a livello industriale. Tanto per fare un esempio facile cito il settore dell’industria automobilistica.  
Ancora. Credo che ci sia un'eccessiva preoccupazione sugli effetti nefasti relativi all’uso dell'intelligenza artificiale, il cui obiettivo è invece da un lato quello di avvicinare il funzionamento dei computer alla capacità dell'intelligenza umana, dall'altro quello di usare le simulazioni informatiche per fare ipotesi sui meccanismi utilizzati dalla mente umana e renderli funzionali allo sviluppo di tecnologie utili all’uomo. Una sorta di “specchio” per una mutua assistenza. 

Peraltro, la verifica umana è – oggi, e direi per sempre- la condizione abilitante di ogni output prodotto artificialmente. Una bella garanzia.

Vedo abbastanza improbabili gli scenari apocalittici che preconizzano una civiltà robotizzata, che spaventa ovviamente tutti, me compreso. 

Allora, forse, la risposta è in una definizione in cui imbattuto più volte recentemente, che voglio far mia: umanesimo digitale. Questa è la formulazione a cui mi sono affezionato e con cui vorrei provare a spiegare perché l’elemento umano, come da sempre accade, sarà dirimente anche nella gestione dell’intelligenza artificiale, come lo è stato nell’ultimo secolo per il migliore utilizzo possibile di tutte le tecnologie, almeno dalla rivoluzione industriale ad oggi.

Umanesimo digitale è un'ottima sintesi per descrivere la capacità dell'uomo di sviluppare e governare le tecnologie senza perdere contatto con la realtà circostante. Gestire dati e informazioni massivamente – ovviamente in forma anonima- mettendoli al servizio della comunità e del progresso, inteso come volontà del genere umano di evolvere (progredire, appunto) mantenendo, o addirittura migliorando, le condizioni naturali della nostra permanenza su questo pianeta.

Allora se fossi uno sceneggiatore, anche se in piccolo un produttore di contenuti lo sono, non sarei tanto preoccupato dell'algoritmo che si sostituisce alla creatività. Difficilmente un chatbot potrebbe scrivere in modo così complesso e delicato uno dei film che più ho amato come Marrakech Express di Gabriele Salvatores e allo stesso tempo abbinarci l'indimenticabile colonna sonora di Francesco De Gregori. Umanesimo digitale è anche questo. In caso contrario si potrà sempre fare lo “sciopero dello spettatore” e disertare il cinema. 
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