Rapporto Almalaurea 2024: aumentano tirocini e mobilità internazionale dei laureati

- di: Barbara Bizzarri
 
Essere laureati in Italia, in linea di massima, non porta vantaggi, in particolare economici, come invece accade in altri Paesi. E infatti, chi fa le valigie guadagna quasi il doppio di chi resta in patria: poco meno di 1.400 euro netti (per i neolaureati magistrali) contro i 2.174 di chi è andato all’estero. Gli stipendi dei laureati, infatti, pur essendo aumentati in termini assoluti, negli ultimi due anni non hanno tenuto il passo con l’inflazione, sicché in termini reali hanno subito una netta contrazione, come è avvenuto per la maggior parte delle retribuzioni. In questo contesto, l’ultimo “Rapporto Almalaurea sul profilo e la condizione occupazionale dei laureati in Italia” presentato nell’Aula Magna dell’Università di Trieste, sottolinea come i giovani stiano maturando un nuovo approccio al mercato del lavoro, più selettivo che in passato. Alla domanda “Saresti disposto ad accettare uno stipendio di 1.250 euro al mese?”, quasi il 60% dei neolaureati triennali e il 66% di quelli con una laurea magistrale dice no.

Rapporto Almalaurea 2024: aumentano tirocini e mobilità internazionale dei laureati

L’anno scorso erano molti meno. Spiega Marina Timoteo, direttrice di Almalaurea: “I laureati sono sempre meno disponibili ad accettare lavori a basso reddito o non coerenti con il proprio percorso formativo. A un anno dal titolo, infatti, tra i laureati di primo e di secondo livello, non occupati e in cerca di lavoro, la quota di chi accetterebbe una retribuzione al più di 1.250 euro è pari, rispettivamente, al 38,1 per cento e al 32,9 per cento; tali valori risultano in calo, nell’ultimo anno, rispettivamente, di 8,9 e di 6,8 punti percentuali. Inoltre, si dichiara disponibile ad accettare un lavoro non coerente con gli studi il 76,9 per cento dei laureati di primo e il 73 per cento di quelli di secondo livello; anche in tal caso si tratta di valori in calo, nell’ultimo anno, rispettivamente di 5,9 e 3,0 punti percentuali”. Quindi, per la prima volta da dodici anni (a parte il tonfo del 2020 legato al Covid) il tasso di occupazione a un anno dalla laurea è sceso di più di un punto percentuale, passando dal 75,4 al 74,1 per i triennali e dal 77,1 al 75,7 per i magistrali. In compenso aumentano i contratti a tempo indeterminato, mentre la percentuale di occupati a 5 anni dal titolo è in leggera flessione per i magistrali (-0,5 per cento) e in aumento per i triennali (+1,5 per cento). Entrambi viaggiano attorno al 90 per cento, ma negli ultimi dieci anni i laureati magistrali sembrano arrancare sempre più rispetto ai triennali: il loro tasso di occupazione l'anno scorso è sceso all'88,2 per cento contro 93,6 per cento dei laureati triennali. Quanto agli stipendi, a 5 anni dalla laurea, si passa da 1.384 a 1.706 euro per i laureati triennali e da 1.432 a 1.768 euro per i magistrali. I più «ricchi» sono gli informatici che guadagnano 2.146 euro al mese, i più poveri gli insegnanti: 1.412 euro.

Il Rapporto sottolinea anche un altro dato significativo e preoccupante: in Italia la laurea resta un titolo che si trasmette di padre in figlio. La composizione socio-economica e culturale dei laureati non rispecchia affatto quella del Paese: un laureato su tre è figlio di laureati e solo il 20% della popolazione adulta lo è: l'Italia è maglia nera in Europa. E uno su cinque proviene da una famiglia di imprenditori, liberi professionisti e dirigenti, mentre uno su tre nel caso delle lauree a ciclo unico come Legge e Medicina. Infatti, circa il 40% dei laureati in Giurisprudenza e in Medicina ereditano il mestiere di famiglia: avvocati, magistrati o notai nel primo caso (39,9%), medici o farmacisti nel secondo (42,3%).

Ivano Dionigi, Presidente di AlmaLaurea, commentando i dati, ha dichiarato: “Dal Rapporto emerge un messaggio chiaro e fondamentale: laurearsi conviene. Infatti i laureati hanno sia più possibilità occupazionali sia maggiori retribuzioni economiche rispetto ai diplomati. Tra le criticità, accanto al ruolo ancora prevalente della famiglia nella scelta universitaria, si deve registrare un duplice divario, geografico e di genere: quello tra Nord/Sud (dal Mezzogiorno si emigra al Nord per iscriversi all’università e ancor più massicciamente per trovare lavoro dopo la laurea) e quello tra uomini e donne, le quali, pur essendo più performanti nel curriculum di studi, risultano svantaggiate nella retribuzione, nella carriera e nella mobilità”.

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