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Guerra dei dazi: i nuovi equilibri mondiali dopo l'attacco di Trump a UE e Cina

- di: Guglielmo Quagliarotti
Gli esperti economici di tutto il mondo concordano almeno su un punto. Dopo il drammatico capitolo della crisi della finanza mondiale del 2008 (alla quale è seguita la “gelata” delle economie occidentali), la “guerra dei dazi” scatenata da Trump appare ormai destinata a segnare i nuovi equilibri internazionali imposti dalla globalizzazione. Secondo la Mc Kynsey Global Institute, l’ordine mondiale fondato finora sul dominio Atlantico, dopo aver ha subito una profonda accelerazione anche a causa dello scontro tra Stati Uniti ed Europa su dazi, tariffe e tasse sembra ormai destinato inesorabilmente a finire il suo ruolo storico. Secondo i calcoli dell’istituto basati sul Pil dei paesi, lo spostamento del centro di gravità dell’economia mondiale sta infatti “viaggiando” a 140 km l’anno (la velocità maggiore mai registrata) con il risultato che tra pochissimi anni (ovvero nel 2025) l’”ombelico economico” del pianeta si prevede che verrà a coincidere proprio con il confine tra Russia e Cina. L’offensiva di Trump prima contro la Germania di Angela Merkel ma anche contro Canada e Messico e poi contro la Cina, se da una parte obbedisce alla strategia americana di rilancio dell’industria nazionale all’insegna di America First (cosa, con i dovuti raffronti, che sta facendo anche il nostro Governo soprattutto sul fronte dell’immigrazione con lo slogan di Salvini “prima gli Italiani”), dall’altra, rischia di mettere in subbuglio l’intero pianeta a causa dell’effetto domino che le politiche protezionistiche hanno sempre innescato. Al punto da spingere il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, a dichiarare che “l’Europa deve essere pronta allo scenario peggiore nelle relazioni commerciali con gli Stati Uniti”, mentre la Cina per non essere da meno, ha già iniziato a suonare i tamburi di guerra chiedendo a gran voce un’azione congiunta con l’Europa contro gli Stati Uniti al summit presso il WTO (l’Organizzazione mondiale del commercio) dichiarando inoltre di essere pronta ad aprire i propri mercati alle ricche e collaudate industrie europee. Una mossa, secondo gli esperti internazionali (ma anche secondo gli istituti italiani più autorevoli come l’Eurispes) giustificata dal fatto che la Cina corre seri pericoli di perdere la guerra commerciale dichiarata dal bellicoso Trump dopo che la Borsa di Shanghai ha perso il 22% con una accelerazione dopo il 22 maggio quando il contenzioso con il colosso americano ha cominciato a farsi sempre più duro. Da sottolineare in ogni caso, che se l’attacco di Trump contro l’Ue con l’imposizione di dazi sull’import d’acciaio pari al 25% e dell’alluminio (6%) rischiano di sconvolgere i già difficili equilibri internazionali, ad uscire perdenti da questo conflitto mondiale che vede la supremazia degli interessi nazionali potrebbero essere tutti i soggetti in campo. Una simulazione del Fondo monetario internazionale ha infatti dimostrato che se Usa, Cina ed Europa vedessero crescere del 10% i prezzi dei beni importati da altri paesi, il pil delle tre macro aree subirebbe un calo di 2/3 punti percentuali. Ma non è finita. Perchè se a risentire delle tensioni sui commerci internazionali sono stati soprattutto negli ultimi i paesi emergenti, d’altro canto il ritorno del protezionismo rischia non solo di rallentare la crescita mondiale ma di innescare una nuova recessione. Secondo Emanuele Parsi ordinario di Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano autore di una libro come “Titanic, il naufragio dell’ordine liberale”, gli Usa non stanno chiedendo di “chiudere” il commercio internazionale ma solo di riequilibrare il sistema tenendo presente che i dazi modificano le ragioni di scambio e quindi le convenienze. Con il risultato che i paesi che lavorano molto con la Cina potrebbero ricavare dei vantaggi. Diverso il discorso con gli Stati Uniti. In quel caso, l’introduzione dei dazi va a danneggiare in primis il Messico, e paesi coma la Russia, Corea del Sud oltre la stessa Cina.

Il “botta e risposta” della guerra commerciale investe l’industria dell’auto

Se analizziamo la cronistoria di come si è arrivati all’escalation della guerra dei dazi, vediamo subito che ad inizio giugno Trump ha dato fuoco alle polveri lasciando che scadessero le esenzioni sulle tariffe per le importazioni dell’Ue di acciaio e alluminio. A questa mossa segue il 22 giugno la ritorsione europea (tariffe del 20%) su 2,8 miliardi di importazioni di motociclette, bourbon, jeans e altro. Trump non resta a guardare e, in quella che ormai sembra diventata una pericolosa partita a scacchi, ha minacciato di introdurre dazi su 60 miliardi di dollari di auto e parti di ricambio provenienti dalla Ue. La spirale non si ferma e l’Unione Europea passa al contrattacco decidendo altre ritorsioni.che però non sono completamente immuni da danni collaterali. Questo, perchè i dazi non colpiscono solo direttamente dei colossi informatici solo chi esporta auto come Bmw, Audi, Mercedes, Wolkswagen (la casa tedesca che ha registrato peraltro una grave caduta d’immagine in seguito alla vicenda dei gas inquinanti) ma anche le imprese non necessariamente germaniche che hanno contribuito a produrre quelle auto. Non escludendo quindi anche le imprese italiane. La verità, è che mai come negli ultimi mesi le relazioni tra Washington e Ue sono state così incandescenti. Ad innescare il nuovo “casus belli” è stata infatti la proposta di Bruxelles di applicare la web tax nei confronti dei colossi informatici della Silicon Valley che hanno chiuso i loro bilanci con profitti record. Tutti dimenticando, è bene ricordarlo, che le politiche di austerity imposte da Bruxelles per risanare il debito pubblico hanno gettato nel lastrico migliaia di piccole e medie imprese italiane di cui è composto il 90% del tessuto economico dell’Italia. Senza calcolare il precariato che ha indotto i nostri migliori giovani ad espatriare all’estero.

Il Governo Salvini-Di Maio in difesa del made in Italy 

Sulla difesa dei prodotti italiani, è sceso in campo tutto il Governo italiano. “Io sosterrò - ha dichiarato il ministro degli Interni, Matteo Salvini, ai giornalisti - qualunque proposta del governo per difendere il lavoro e la salute degli italiani. Stanno arrivando prodotti fuorilegge che mettono a rischio non solo il lavoro ma anche la salute”. Ancora più esplicito il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio all’assemblea della Confederazione delle cooperative italiane: “Non siamo d’accordo a mettere i dazi, non sono nel contratto di governo”. Il presidente della Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, non è meno deciso sulle guerre commerciali. “Siamo assolutamente d’accordo con il ministro Centinaio. L’agricoltura italiana non ha bisogno di dazi ma di mercati aperti sui quali continuare a difendere l’eccellenza del Made in Italy in ogni parte del mondo”. “Una prova clamorosa di quanto l’immagine Italia si sia prepotentemente affermata sui mercati mondiali - ha dichiarato l’ex presidente dell’Ice, ambasciatore Umberto Vattani, insieme al presidente del Circolo degli Esteri, Luigi Maria Vignali - è rappresentato dall’Expo Blu Sea Land che riunisce ogni anno i clusters di tutto il Mediterraneo, Africa richiama e Medio Oriente a Mazara del Vallo richiamando oltre 150 mila persone da ogni parte del mondo”. Ma sulla guerra dei dazi è pronta a scendere in campo anche la maggiore associazione degli industriali italiani. “L’Italia ha un’alta vocazione export - dichiara il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia - siamo la seconda manifatturiera d’Europa, la bilancia commerciale è positiva. è interesse dell’Italia non avere dazi da nessuna parte, ma bisogna avere chiara la dimensione del contesto. Rispondere ai dazi americani con un’operazione da First Italy significa non aver compreso l’importanza di una risposta che invece deve esserci in chiave europea. L’Europa è infatti il mercato più ricco, è evidente che serve una reazione equilibrata per non entrare in una dimensione in cui ai dazi dell’Europa corrispondano poi dazi di altri paesi evitando che il mondo diventi così più chiuso e con una crescita bloccata. Questo, deve valere nell’interesse di tutti”.
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