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La giornalista Laura Santi e l’autodeterminazione nel fine vita

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
La giornalista Laura Santi e l’autodeterminazione nel fine vita

Laura Santi, giornalista umbra di 50 anni, è deceduta nella sua abitazione di Perugia a seguito dell’auto-somministrazione di un farmaco letale, atto finale di un percorso segnato dalla progressione di una forma avanzata e irreversibile di sclerosi multipla. Accanto a lei, fino all’ultimo momento, il marito Stefano, figura centrale anche nella lunga battaglia civile e personale portata avanti dalla Santi sul tema del fine vita. La notizia è stata resa pubblica dall’Associazione Luca Coscioni, di cui Santi era attivista.

La giornalista Laura Santi e l’autodeterminazione nel fine vita

“La vita è degna di essere vissuta, anche nelle condizioni più estreme, ma dev’essere chi soffre a decidere, non altri”, aveva dichiarato Laura Santi in un messaggio affidato all’associazione. Si tratta di una posizione in continuità con quanto affermato in più occasioni anche dalla giurisprudenza costituzionale italiana, che ha invitato il legislatore a colmare il vuoto normativo sul fine vita, senza tuttavia trovare un approdo parlamentare condiviso. Il caso di Laura Santi riporta al centro del dibattito pubblico il principio di autodeterminazione, già riconosciuto nella sentenza della Consulta sul caso Cappato-Dj Fabo.

Un atto regolato secondo i criteri della Corte costituzionale
Secondo quanto riferito dal marito, il peggioramento delle condizioni cliniche negli ultimi dodici mesi aveva reso insostenibile la qualità della vita della giornalista. In assenza di cure risolutive e in un quadro di coscienza e volontà informata, Santi ha scelto l’opzione dell’auto-somministrazione, una delle modalità previste nel perimetro tracciato dalla Corte. L’associazione Luca Coscioni ha accompagnato l’intero percorso documentale e valutativo, come già avvenuto in altri casi emblematici in Italia.

L’urgenza di un intervento normativo strutturato
Il caso Santi evidenzia ancora una volta l’insufficienza dell’attuale assetto normativo in materia di fine vita. Nonostante la sollecitazione della Corte costituzionale con la sentenza 242 del 2019, che ha stabilito alcune condizioni per l’accesso all’aiuto al suicidio, il Parlamento non ha finora approvato una legge che disciplini in modo organico il diritto di scelta sul fine vita. L’intervento resta parziale e spesso affidato a percorsi individuali complessi e disomogenei, con il rischio di generare disuguaglianze nell’accesso a un diritto fondamentale.

Il profilo pubblico e civile di una vicenda personale
Il gesto di Laura Santi non si limita alla sfera privata, ma si configura come atto politico e culturale, destinato a sollecitare una riflessione più ampia nel Paese. Giornalista impegnata, attivista convinta, Santi ha prestato il proprio nome e la propria vicenda a una battaglia che riguarda migliaia di persone colpite da malattie neurodegenerative, oncologiche e croniche irreversibili. La sua decisione rappresenta l’esito di un processo di elaborazione interiore, supportato da una rete civile e giuridica, ma anche un monito rivolto alle istituzioni su un tema ancora eluso dal legislatore.

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