Caso Lippi-gay: anche dietro una lente d'ingrandimento, una pulce resta pulce

- di: Bianca Balvani
 
Il problema di quando ad un governo se ne sostituisce un altro totalmente diverso - politicamente ed ideologicamente - è che si manifesti, non appena la presa sul potere si consolida e diventa ferrea, una corte di personaggi ormai ricoperti dalla polvere del passato che, collocandosi più o meno convintamente, più o meno strumentalmente, più o meno furbescamente dalla parte dei vincitori, si sentono autorizzati a dire tutto, anche a rischio di cadere nel ridicolo, quando tentano di accreditarsi come maître à penser del ''nuovo pensiero''.
Come ha fatto Claudio Lippi che, in giro per Montecitorio, accompagnato da un esponente della maggioranza e forse nel tentativo di marcare il territorio, ha infilato una serie di ''perle'' poco commendevoli, non perché non potesse esprimere il suo giudizio sulla Rai, ma perché ha palesato un'arroganza che nemmeno l'età (78 anni) e il fatto d'essere scomparso dal video da parecchio tempo - e ora tenta di tornarvici - possono giustificare.

Caso Lippi-gay: anche dietro una lente d'ingrandimento, una pulce resta pulce

Si può condividere o meno la ''denuncia'' di cui Lippi si è fatto portavoce sull'invasione dei gay in Rai, che certo ci sono, non nascondendo affatto di esserlo e, si spera, facendo televisione per loro capacità e non sicuramente per appartenere ad una lobby arcobaleno. Lippi ne ha fatto invece una questione ''etnica'' facendo intendere che occorre fermare la deriva gay in Rai, prendendosela con Stefano Coletta al quale ha lanciato una accusa a dir poco volgare: ''per fortuna non c'è più, ha fatto lavorare gay e gaie solo per il motivo di esserlo. Tanti e tante che non avevano alcuna competenza, la Rai usata per fare coming out. Allora anche noi etero dovremmo fare coming out, no?".

Non crediamo servano ulteriori considerazioni, perché la ''crociata'' che Claudio Lippi ha lanciato si commenta da sola e vorremmo, per pura curiosità, sapere se in seno alla maggioranza di governo queste esternazioni un ''filino'' omofobe sono condivise. Quasi che gli omosessuali appartengono ad uno schieramento politico, mentre nell'altro figurano solo maschi italici, orgogliosi di esserlo e imbestialiti per il fatto che, in questi anni, i gay abbiano sottratto loro occasioni di lavoro.

Se, insediandosi, Giorgia Meloni, per segnare una cesura con l'andazzo del passato, ha detto e ripetuto il concetto fondamentale del merito, la sparata di Lippi - dalla quale, al momento, non è arrivato alcun distinguo da parte di quelli che dovrebbero essere i suoi sponsor politici - sembra volere sostenere la necessità di una pulizia etnica in Rai in base agli orientamenti sessuali. Sarebbe bello, a questo punto, se Lippi dicesse le stesse cose davanti a giornalisti, cantanti, uomini di spettacolo, presentatori che non hanno mai nascosto il loro orientamento sessuale, dicendosene anzi orgogliosi. E per dirlo, ancora oggi ci vuole coraggio.
Perché, ci sarebbe da chiedere, queste cose Lippi non le ha dette prima? Perché ha aspettato di una visita in uno dei luoghi delle Istituzioni per urlare la sua rabbia?

Camminando per il Transatlantico, Lippi ha detto che si trattava della prima visita, definendo Montecitorio ''meraviglioso''. E' meraviglioso anche perché è il palazzo che, insieme a quello del Senato, rappresenta l'unità del Paese e, con essa, il rispetto che meritano tutti i suoi cittadini, gay compresi (pur se la cosa a Lippi può suonare strana, è così) perché fanno parte di un popolo.
E poco serve aggiungere il livore che Lippi ha mostrato contro Fazio (che, signorilmente, ha definito ''farabutto''), Annunziata e Littizzetto, accodandosi comunque ad altri che, almeno, sono accreditati dal consenso del voto.
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