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Messina: “Serve fare di più per la crescita del Paese”

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Messina: “Serve fare di più per la crescita del Paese”

L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, interviene sul futuro economico dell’Italia e sollecita una strategia più ampia e incisiva di politica industriale. In un momento in cui la manovra economica è al centro di un confronto serrato e si discute di nuovi prelievi a carico degli istituti finanziari, il numero uno della principale banca italiana chiarisce la sua posizione: per crescere serve andare oltre l’orizzonte del Pnrr e adottare politiche che avvicinino l’Italia ai grandi player globali.

Messina: “Serve fare di più per la crescita del Paese”

Messina invita a considerare gli investimenti pubblici e privati come motore strutturale della crescita. «Per il futuro del Paese – ricorda – bisogna andare oltre alle risorse portate dal Pnrr». Il riferimento è alla necessità di consolidare una strategia che non si esaurisca con la spinta del piano europeo, ma che si traduca in strumenti permanenti di sostegno alle imprese.

L’ad ha indicato con chiarezza quali misure ritiene indispensabili: «C’è bisogno di approvare incentivi pubblici per sostenere gli investimenti delle imprese, esattamente come avviene in tutto il mondo: dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Germania alla Francia».
Per Messina questo impegno deve trovare spazio nella legge di bilancio attualmente all’esame del Parlamento: «Ciò dev’essere previsto nella manovra finanziaria in arrivo, insieme a interventi radicali per la sburocratizzazione e per la riduzione del costo dell’energia. Occorre uno sforzo di semplificazione».

Una bocciatura netta della patrimoniale
Nel dibattito sulle ipotesi di nuovi strumenti fiscali, Messina non lascia ambiguità: «La patrimoniale resta una misura che non condivido». Una posizione coerente con la sua visione di un fisco orientato a favorire investimenti e competitività, piuttosto che a introdurre prelievi straordinari sul patrimonio privato.
L’ad avverte che simili interventi rischiano di frenare il clima di fiducia necessario in una fase di transizione economica già complessa.

“Banche e assicurazioni non sono controllate dallo Stato”
Una parte importante dell’intervento riguarda la percezione del settore finanziario nel dibattito pubblico. Messina difende con decisione l’autonomia degli istituti: «Si dovrebbe tenere a mente che banche e assicurazioni non sono controllate dallo Stato. Quindi non sono condizionabili. Per questo occorre il gioco di squadra».

L’amministratore delegato sottolinea che il sistema bancario non può essere considerato l’unica leva per reperire risorse fiscali quando i conti pubblici lo richiedono: «Perché dobbiamo essere soltanto noi a pagare quando è necessario far quadrare i conti pubblici?».

A supporto del ragionamento porta un dato spesso trascurato nel confronto politico: «Ci sono oggi in Italia 22 aziende con oltre 1 miliardo di utile netto all’anno. E soltanto nove sono banche e assicurazioni. Metà delle altre sono a partecipazione pubblica. In un’ottica di sostegno ai conti pubblici perché non pensare a una platea più ampia?».

Il rischio di indebolire il motore della crescita
Messina mette in guardia contro la tendenza a proiettare sul settore bancario un ruolo quasi esclusivo nella raccolta di risorse straordinarie. «Vedo un rischio nell’additare banche e assicurazioni come portatori di profitti da tassare in maniera eccessiva, anche se straordinaria», osserva.

Secondo l’ad, questo approccio può compromettere la struttura stessa dell’economia italiana: «Il rischio che si corre è quello di indebolire l’asse portante della crescita del Paese». E aggiunge un paragone significativo: «Negli Stati Uniti sono le grandi aziende hi-tech, in Italia sono le banche».

Un messaggio che mira a riportare il tema della tassazione bancaria all’interno di una riflessione più ampia sulla competitività nazionale. Non un invito a esentare il settore da ogni contributo, ma una richiesta di evitare interventi che – se percepiti come punitivi – ridurrebbero la capacità del sistema finanziario di sostenere famiglie, imprese e investimenti.

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