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Inflazione a Roma frena davvero? I prezzi restano un flagello per l’Italia

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Inflazione a Roma frena davvero? I prezzi restano un flagello per l’Italia

Roma è la capitale, ma soprattutto è un termometro: quando cambiano i prezzi qui, il Paese lo sente. E i numeri dell’inflazione degli ultimi mesi del 2025 raccontano una storia che assomiglia più a una fatica collettiva che a un grafico: piccoli scatti, rallentamenti improvvisi, una corsa che sembra fermarsi ma non sparisce mai davvero. L’inflazione è quel flagello quotidiano che non fa rumore come una crisi politica, ma ti consuma in silenzio: al supermercato, in farmacia, alla pompa di benzina, nella bolletta che arriva quando non te l’aspetti.

Inflazione a Roma frena davvero? I prezzi restano un flagello per l’Italia

I dati su Roma mostrano un percorso a zig-zag. L’indice passa da 118,9 di gennaio a 120,2 di ottobre, poi arretra a 119,5 a novembre. Non è un crollo, non è una liberazione: è una frenata. E la domanda che resta sul tavolo è la più semplice e la più scomoda: stiamo davvero uscendo dalla fase più dura o ci stiamo solo abituando a prezzi più alti?

Roma 2025: l’indice sale, poi scende
A gennaio l’indice è 118,9, con una variazione congiunturale +0,7% e tendenziale +1,7%. A febbraio resta fermo a 118,9: +0,0% sul mese, +1,6% sull’anno. Poi riprende a salire: 119,3 a marzo, 119,5 ad aprile, 119,6 a maggio, 119,8 a giugno, 119,9 a luglio.
È un incremento costante, quasi impercettibile se lo guardi mese per mese, ma che nel tempo diventa pressione reale. Perché l’inflazione non ti colpisce con un pugno solo: ti prende con piccoli colpi ripetuti. Ti fa ricalcolare la spesa, rinviare una visita, cambiare marca, ridurre le uscite. E alla fine ti accorgi che il tuo stipendio è rimasto quello di prima, ma la vita no.
Ad agosto arriva un primo segnale di rallentamento: l’indice scende a 119,8, con una variazione congiunturale -0,1%, ma il dato tendenziale resta alto a +1,9%. Settembre torna su a 120,1 (+0,3% sul mese, +1,7% sull’anno). Ottobre sale ancora a 120,2 (+0,1%, +1,4%). Poi novembre segna un cambio più netto: 119,5, con un -0,6% congiunturale e +1,1% tendenziale.
Tradotto: i prezzi a Roma rallentano, ma non tornano indietro in modo strutturale. È come se il Paese tirasse un respiro, ma con il fiato corto.

Inflazione: la frenata non basta a “farci stare meglio”
Il punto è che l’inflazione non è solo un dato tecnico. È un fenomeno sociale. Colpisce in modo diverso chi ha risparmi, chi vive di stipendio fisso, chi lavora a chiamata, chi ha una pensione che non recupera mai davvero. E Roma, che concentra salari medi e precarietà, turismo e affitti, famiglie e studenti, è uno specchio spietato: qui la vita costa, e spesso costa prima.

Il dato di novembre, quel -0,6% congiunturale, sembra una buona notizia. Ma una diminuzione mensile non cancella l’effetto accumulato. Non cancella l’ansia dei carrelli più leggeri e delle scelte forzate. E non cancella soprattutto la sensazione diffusa che il costo della vita sia diventato un secondo lavoro: controllare, tagliare, rinunciare.
A livello nazionale, il tema è lo stesso: anche quando l’inflazione rallenta, l’Italia resta un Paese dove l’aumento dei prezzi si è trasformato in abitudine. E quando l’abitudine diventa normalità, il rischio è uno solo: che il flagello venga accettato come inevitabile.

Roma come segnale: l’Italia può davvero ripartire?
Se Roma frena, non significa automaticamente che l’Italia stia ripartendo. Significa che l’inflazione sta cambiando passo, forse. Ma la domanda politica ed economica resta aperta: quanto durerà questa tregua? E soprattutto, chi ne beneficerà davvero?
Perché il problema non è solo l’indice. Il problema è la distanza tra la curva dei prezzi e la curva dei redditi. Se i prezzi corrono e i redditi restano fermi, il Paese non cresce: si restringe. E si restringe soprattutto nella parte più fragile, quella che non ha margine.
E allora sì, la capitale può essere un esempio. Ma anche un avvertimento: quando l’inflazione scende di qualche decimale, non è la fine della storia. È solo un capitolo. E spesso non è nemmeno il più importante.

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