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Ocse salva la tassa minima globale: l’America entra “di lato”

- di: Bruno Legni
 
Ocse salva la tassa minima globale: l’America entra “di lato”
Ocse salva la tassa minima globale: l’America entra “di lato”
Accordo “side-by-side”, safe harbour e incentivi: il 15% resta, ma cambia la regia per evitare lo strappo con Washington.

(Foto: Mathias Cormann, Segretario Generale Ocse)

La tassa minima globale del 15% sulle grandi multinazionali non salta. Però si piega — con eleganza e un pizzico di realpolitik — per non rompersi sugli Stati Uniti. Nel “Quandro inclusivo” Ocse-G20, con oltre 145 giurisdizioni al tavolo, è arrivato un pacchetto che promette stabilità, semplificazione e soprattutto una parola chiave: coesistenza.

Traduzione: la riforma del Pillar 2 (il secondo pilastro della tassazione internazionale) resta in piedi, ma introduce un meccanismo “side-by-side” che permette ai sistemi fiscali nazionali considerati equivalenti — a partire da quello statunitense — di correre affiancati senza che l’uno “toppi” l’altro con prelievi integrativi incrociati.

Che cosa cambia davvero: la coesistenza come cintura di sicurezza

Il Pillar 2 nasce per una missione semplice da enunciare e complicata da attuare: far sì che i grandi gruppi paghino almeno un livello minimo di imposte in ogni giurisdizione in cui operano, riducendo lo spostamento artificiale dei profitti e la concorrenza fiscale al ribasso.

Con il pacchetto approvato a inizio gennaio, l’architettura viene “messa in sicurezza” attraverso un sistema di safe harbour (corsie preferenziali) e una cornice side-by-side che, in sostanza, evita la guerra tra regole: se un gruppo ha la capogruppo in un Paese con un regime minimo riconosciuto come idoneo, può essere esentato da alcune delle componenti più invasive applicate altrove.

In termini tecnici, il modello Ocse ruota attorno a strumenti come l’IIR (income inclusion rule) e l’UTPR (undertaxed profits rule), cioè le leve che attivano il “top-up tax” quando l’aliquota effettiva in una giurisdizione scende sotto il 15%. Il side-by-side introduce due salvaguardie: una che può esentare i gruppi idonei da IIR e UTPR negli altri Paesi, e una seconda che limita l’UTPR verso la sola giurisdizione della capogruppo.

Un punto resta esplicitamente “fuori dal recinto”: le QDMTT (imposte minime domestiche qualificate), cioè le minime nazionali che molti Paesi stanno usando per trattenere base imponibile sul proprio territorio. Quelle restano operative.

Il messaggio politico: tenere dentro Washington, evitare ritorsioni

La partita è politica prima ancora che fiscale. Negli Stati Uniti, l’accordo del 2021 era diventato un bersaglio: la nuova amministrazione aveva sostenuto che l’intesa non avrebbe avuto effetti sul piano interno e aveva ventilato contromisure contro chi avesse colpito le multinazionali americane con prelievi “extraterritoriali”.

In questo contesto, la nuova intesa serve a disinnescare la miccia. In una dichiarazione riportata dalla stampa internazionale, il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent ha rivendicato che l’accordo garantisce che le aziende con sede negli Stati Uniti siano soggette solo alle minime Usa, preservando anche i benefici di crediti d’imposta su ricerca e investimenti. "Questo accordo rappresenta una vittoria storica nel preservare la sovranità degli Stati Uniti e proteggere lavoratori e imprese da eccessi extraterritoriali".

Dal lato Ocse, il segretario generale Mathias Cormann ha descritto il pacchetto come un passo capace di aumentare certezza, ridurre complessità e proteggere le basi imponibili. L’obiettivo, detto senza giri di parole, è evitare che il Pillar 2 si trasformi in un campo minato geopolitico: una riforma globale che perde gli Usa rischia di diventare un mosaico di regole divergenti — e quindi l’esatto opposto della “certezza”.

Semplificazioni e safe harbour: meno burocrazia, più corsie rapide

Non c’è solo la diplomazia. C’è anche un problema terra-terra: il Pillar 2 è complesso, costoso da applicare, e le aziende (insieme a molte amministrazioni fiscali) chiedono da tempo una riduzione degli oneri.

Il pacchetto introduce un insieme di semplificazioni operative, tra cui:

  • Safe harbour basato su un’aliquota effettiva semplificata, per limitare i calcoli completi nei casi a rischio più basso;
  • Estensione di un anno del safe harbour transitorio legato ai dati country-by-country reporting, pensato come ponte verso il regime a pieno regime;
  • Regole più favorevoli per incentivi legati alla “sostanza”, cioè a investimenti reali (spese, produzione) e non a costruzioni contabili.

È qui che passa uno dei compromessi più delicati: se la minimum tax punisce indiscriminatamente gli incentivi, rischia di colpire politiche industriali e crediti su ricerca e manifattura. Se invece li riconosce in modo selettivo, prova a distinguere tra “sconti” che drogano la concorrenza fiscale e strumenti che spingono economia reale.

Europa: soddisfazione e pragmatismo, ma resta il tema competitività

Per Bruxelles la priorità è doppia: difendere la coerenza del quadro Ocse e garantire che l’Europa non resti l’unica a giocare con regole più rigide. Il commissario europeo con delega anche alla fiscalità, Wopke Hoekstra, ha salutato l’intesa come un avvio d’anno importante per la tassazione internazionale, rimarcando che il pacchetto punta a stabilizzare il sistema e a mantenerlo equo senza schiacciare la competitività.

E la parola “competitività” non è casuale: nell’accordo compare anche un percorso di verifica futuro. Alcuni governi — Irlanda in testa, storicamente sensibile al tema — sottolineano la necessità di monitorare gli effetti del side-by-side e l’impatto sul livello di gioco tra Paesi e imprese. In particolare è previsto un stocktake con orizzonte 2029.

Le reazioni: tra sollievo dei mercati e accuse di annacquamento

Le organizzazioni legate al mondo degli investimenti e del business americano hanno accolto con favore l’accordo, sostenendo che riduce il rischio di doppia imposizione e allontana la prospettiva di misure ritorsive. Un’associazione del risparmio gestito statunitense ha parlato di quadro più protettivo per gli interessi Usa all’estero e di un effetto positivo sui flussi di capitale.

Dall’altra parte, le associazioni per la trasparenza fiscale vedono il bicchiere mezzo vuoto: se l’esenzione (o l’ampia salvaguardia) per i gruppi Usa diventasse troppo larga, l’impianto della minimum tax rischierebbe di perdere forza proprio dove si concentrano molte delle multinazionali più grandi. Una dirigente della FACT Coalition ha messo in guardia sul rischio che l’accordo consenta ai colossi più redditizi di continuare a parcheggiare utili in giurisdizioni a bassa imposizione. "Questo accordo rischia di cancellare quasi un decennio di progressi sulla tassazione societaria globale".

Che cosa succede adesso: implementazione, controlli e partita “Pillar 1”

Il punto chiave, ora, è l’esecuzione. Decine di Paesi hanno già avviato l’attuazione del Pillar 2 e l’Ocse insiste sul fatto che il pacchetto serve proprio a dare certezza a chi deve applicare regole tecniche complesse.

Resta poi la grande incompiuta del dossier: il Pillar 1, cioè la riallocazione dei diritti di imposizione sui profitti delle multinazionali più digitali e “senza confini”. Washington, nelle dichiarazioni riportate dalla stampa internazionale, ha lasciato intendere che il dialogo potrebbe proseguire, ma il negoziato è notoriamente più accidentato.

Intanto il Pillar 2 si consolida con una formula che sembra scritta per il tempo che viviamo: il principio resta, l’ingegneria si adatta. Il 15% rimane la linea rossa. Ma, per non far crollare il ponte, qualcuno ha messo un giunto elastico proprio dove la struttura era più esposta: tra Ocse e Stati Uniti. 

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