Regionali: sui candidati presidenti il centrodestra ritrova l'unità, ma restano i mal di pancia della Lega

- di: Redazione
 
Se può significare qualcosa, si potrebbe dire che l'effetto della vittoria della sinistra in Sardegna ha costretto la coalizione di governo a riporre nell'armadio le armi per cercare di trovare, in tempi brevissimi, una soluzione alla piccola crisi che la sconfitta del candidato meloniano Paolo Truzzu ha aperto.
Il primo risultato della ''pace belligerata'' è stata la decisione di confermare, quali candidati alla rielezione, i presidenti uscenti di Basilicata (Vito Bardi), Alberto Cirio (Piemonte) e Donatella Tesei (Umbria). Al voto si andrà il 21 e 22 aprile in Lucania, l'8 e 9 giugno in Piemonte (in concomitanza con le Europee), mentre quelle in Umbria si terranno in autunno.

Regionali: sui candidati presidenti il centrodestra ritrova l'unità

Ora, se la scelta sembra di ragionevolezza (chi ha governato bene, dice la coalizione, deve proseguire il suo lavoro), è il lato politico che lascia parecchi dubbi sulla effettiva saldezza dell'alleanza.
E per più motivi.
Il primo e più evidente è che Matteo Salvini ha dovuto fare un passo indietro rispetto alla più volte ripetuta rivendicazione che fosse la Lega a indicare il candidato alla presidenza della Regione Lucania, oggi detenuta da Vito Bardi, espressione di Forza Italia.
L'annuncio dato ieri sera, della conferma di Bardi, è nei fatti il secondo smacco che deve accettare Salvini, che ha subito in Sardegna la mancata conferma a candidato di Christian Solinas, sardista, ma in quota Lega, con la conseguente e peraltro evitabile sconfitta di Truzzu.

Ora tocca alla Basilicata, che per il segretario leghista era un irrinunciabile pallino, ma non al punto di andare allo scontro totale con gli alleati. Non solo con Forza Italia, decisa a difendere quello che è, insieme alla Calabria, un suo bastione, ma anche con Fratelli d'Italia che, anche nelle ultime ore, hanno sparso parole al miele nei confronti di Bardi, come ha fatto il ministro Francesco Lollobrigida.
In ogni caso, la debacle sarda sembra destinata a pesare sui futuri equilibri in seno alla maggioranza di governo, essenzialmente perché appare evidente che Fratelli d'Italia pare avere individuato la causa della differenza tra i voti della coalizione e quelli del (perdente) candidato presidente in un disimpegno dell'elettorato leghista. O, se lo si vuole leggere in modo più malizioso, nella volontà di dimostrare, concretamente, che la vittoria sarebbe stata possibile senza penalizzare il candidato caro a Salvini.

In fondo è lo stesso problema, che muta sensibilmente profilo a seconda da dove lo si guarda.
Il segretario leghista, peraltro, si trova costretto a cercare di risalire la corrente in una condizione di oggettiva difficoltà, soprattutto sul fronte interno dove il malessere della componente del nord-est si sta facendo sentire a cadenza ormai quotidiana. Anche perché qualcuno dice che i sondaggi informali che girano collocano la Lega ai minimi storici da qualche decennio a questa parte. Ipotesi che, se fosse confermata dal voto di giugno, sarebbe una tragedia, e non solo per la Lega veneta o friulana.
A Salvini ormai non viene perdonato nulla, ma anche lui ci mette del suo, esponendosi alle critiche con alcune posizioni che è solo benevolo definire improvvide. In un momento delicato come questo probabilmente alcune uscite potevano essere moderate alla luce del quadro generale.

Quindi, aprire come ha fatto, il fronte anti-Crosetto, prendendo spunto dalla vicenda della sospensione del generale Vannacci (personaggio divisivo, se ce n'è uno), non può che creargli problemi, vista la solidità del rapporto tra il ministro della Difesa e il presidente del Consiglio.
Poi, per ultima, la decisione di andare a visitare, nel carcere di Sollicciano, Denis Verdini, padre della sua compagna, Francesca, rischia di dare la stura ad altre polemiche. Perché è umano e giustificabile andare a trovare il suocero, ma forse un ministro della Repubblica dovrebbe chiedersi se questo gesto di affetto possa essere inteso - dando per scontato che non lo sia - come solidarietà a qualcuno che è stato condannato, con sentenza passata in giudicato, e, che, mentre era ai domiciliari, ne violava le prescrizioni.
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