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Trentini libero dopo 423 giorni: l’Italia riporta a casa due ostaggi

- di: Jole Rosati
 
Trentini libero dopo 423 giorni: l’Italia riporta a casa due ostaggi

Dalla prigione politica di El Rodeo all’aereo per Roma: la notte che ha chiuso un incubo venezuelano.

(Foto: il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani e, sullo sfondo, Alberto Trentini).

Dopo 423 giorni di detenzione in Venezuela, Alberto Trentini è finalmente libero. Il cooperante italiano, arrestato senza accuse e mai sottoposto a un vero processo, ha lasciato nella notte il carcere di El Rodeo ed è stato trasferito nella sede dell’ambasciata italiana a Caracas. Con lui c’è anche Mario Burlò, l’altro connazionale rinchiuso nello stesso circuito carcerario. Un’operazione rapida, discreta e carica di tensione, che ha portato i due italiani fuori da una delle prigioni più temute del Paese.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dato l’annuncio poco dopo la mezzanotte, sottolineando che entrambi sono in buone condizioni. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di una notizia che riempie di sollievo il governo e il Paese. "È una gioia enorme vedere tornare a casa due nostri connazionali dopo una detenzione così lunga e ingiusta", ha fatto sapere la premier.

All’ambasciata italiana ad accoglierli c’era l’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito. Per la prima volta dal giorno dell’arresto, i due italiani sono stati trasferiti senza essere incappucciati, un dettaglio che nelle carceri venezuelane equivale a una conferma che qualcosa è davvero cambiato. Due stanze sono state preparate per consentire loro di riposare e di riacquistare un minimo di normalità prima della partenza per l’Italia.

Dietro questa notte c’è una trattativa lunghissima. Alberto Trentini non è mai stato formalmente imputato di alcun reato. Il 15 novembre 2024 era stato fermato a un posto di blocco mentre viaggiava tra Caracas e Guasdualito, nello Stato di Apure, zona di confine delicata e controllata dagli apparati di sicurezza. Lavorava per l’organizzazione umanitaria Humanity & Inclusion, impegnata in progetti di sostegno alle persone con disabilità. Il suo passaporto italiano è bastato a trasformarlo in una merce di scambio.

Da quel momento è iniziato un limbo fatto di silenzi, rinvii e isolamento. Per mesi non ha potuto telefonare a casa. La prima visita consolare è arrivata dopo più di duecento giorni. Niente accuse, nessun fascicolo giudiziario, nessuna udienza. Solo una detenzione a tempo indefinito in un carcere utilizzato dal potere politico venezuelano per detenuti considerati “sensibili”.

In Italia la famiglia non ha mai smesso di far sentire la propria voce. La madre Armanda e l’avvocata Alessandra Ballerini hanno mantenuto alta l’attenzione pubblica, chiedendo con forza che il caso non venisse archiviato come uno dei tanti. Dietro le quinte, invece, la macchina diplomatica lavorava in silenzio, con la Farnesina e Palazzo Chigi impegnati in una fitta rete di contatti.

Un ruolo chiave lo ha avuto il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha seguito il dossier insieme a Tajani. Nessuna ipotesi di scambio di prigionieri è mai stata accettata ufficialmente, ma sul tavolo sono passati dossier giudiziari, rapporti politici e canali informali. Ogni mossa doveva essere calibrata per non rompere un equilibrio già fragilissimo.

La vera svolta è arrivata solo con il terremoto politico a Caracas. La caduta di Nicolás Maduro e l’ascesa di Delcy Rodríguez hanno aperto una fase completamente nuova. Il nuovo governo ha bisogno di legittimazione internazionale e Washington ha messo sul tavolo una condizione chiara: la liberazione di una parte dei detenuti politici e degli stranieri. È in questo quadro che il nome di Trentini è entrato in una seconda lista di scarcerazioni, più delicata e più contesa.

Nei giorni scorsi il carcere di El Rodeo ha visto uscire decine di prigionieri. Ma per gli italiani tutto restava sospeso. A Roma e a Caracas i contatti si sono moltiplicati, mentre l’Italia cercava di evitare nuove tensioni diplomatiche dopo le frizioni provocate da alcuni segnali politici verso l’opposizione venezuelana. Un messaggio diretto di Giorgia Meloni a Rodríguez ha di fatto riconosciuto il nuovo assetto come interlocutore, aprendo l’ultimo spiraglio.

La decisione finale è arrivata nella notte. Trentini e Burlò sono stati informati della loro liberazione nel primo pomeriggio di Caracas. Poi il trasferimento, il cancello che si apre, l’ambasciata, la libertà. "Siamo vivi", avrebbe detto uno dei due al telefono, con una voce ancora segnata dalla prigionia.

Ora resta il viaggio di ritorno, l’abbraccio con le famiglie, la fine di un incubo che ha segnato quasi quattordici mesi di vita. Ma resta anche una domanda più grande: quante altre persone sono ancora rinchiuse senza accuse nelle carceri venezuelane? Le organizzazioni per i diritti umani parlano di centinaia di detenuti politici ancora dietro le sbarre, in un sistema che cambia volto ma non ha ancora chiuso i conti con il proprio passato.

Per l’Italia, però, oggi conta soprattutto una cosa: due cittadini tornano a casa. E dopo 423 giorni di silenzio e paura, la parola più importante è una sola: libertà.

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