Sport, impianti a rischio chiusura per i costi energetici: intervista a Andrea Pambianchi, Fondatore e Presidente di Ciwas

- di: Barbara Bizzarri
 

La recente chiusura di un prestigioso club sportivo a Roma a causa degli insostenibili costi energetici ha acceso i riflettori sui disagi di un settore duramente messo alla prova da due anni a questa parte: “Per il settore sportivo la crisi non è finita con la fine dello stato di emergenza - rileva  Andrea Pambianchi, fondatore e presidente della Ciwas, Confederazione Italiana Wellness e Attività Sportiveanzi, la crisi continua con il cambiamento nelle abitudini delle persone: molte persone si allenavano in palestra, adesso si allenano all’esterno; soprattutto la fascia più anziana d’età come tipologia di utenza si è persa totalmente e, oltre a questo cambio di abitudini, subito dopo c’è stato il problema del rincaro dei costi energetici, che è omogeneo in tutto il Paese e colpisce le strutture con costi triplicati che forse torneranno, secondo previsioni assolutamente ottimistiche che lasciano il tempo che trovano, a una pseudonormalità nel 2025, ma nel frattempo continuano a fare un’ecatombe di saracinesche chiuse giorno dopo giorno, sia di impianti sportivi che di palestre e piscine. Ogni volta che un centro sportivo chiude, è un danno per tutta la collettività: è un danno sociale, un danno per le persone, un danno per gli adolescenti, per i bambini che non possono imparare a nuotare, e quindi viene meno un presidio di sicurezza. Gli adolescenti, invece di stare davanti a uno schermo per ventiquattro ore al giorno, non hanno più un luogo di ritrovo e di cultura fisica ed è un danno anche per tutta la fascia di età media e di età avanzata, perché si perde l’abitudine a stili di vita sani. È da poco uscito un report italiano ed europeo sullo stato di salute, l’Italia è fanalino di coda su questi aspetti, tra l’atro con una grandissima incidenza di obesità infantile e adolescenziale, che non è un buon segnale per le generazioni future”.

Intervista a Andrea Pambianchi, Fondatore e Presidente di Ciwas

Tanti rinunciano alla palestra perché considerata un bene voluttuario e costoso. Cosa ne pensa?

“Forse è stato un errore di palestre e piscine nei tempi passati fare promozioni aggressive e abbassare troppo i prezzi per cercare di recuperare utenza aggiuntiva. Le persone possono rendersi conto che se vanno a mangiare una pizza in due spendono, in una grande città, sessanta euro nel migliore dei casi, per un’esperienza che dura due ore. Si deve dare il giusto valore a palestre e piscine, dove si va tre volte a settimana, si fa una doccia calda, si hanno lezioni e assistenza in sala e svariati servizi, e però spesso si storce il naso se l’abbonamento costa più di cinquanta euro. Sarebbe opportuno invece dare il giusto valore alle iniziative sportive perché offrono tanti benefici, soprattutto se paragonati ad altri investimenti sul tempo libero”.

Attualmente, qual è la situazione dei centri sportivi?

Tutte le strutture si trovano a combattere con il problema delle utenze, in generale e in tutta Italia, in qualsiasi tipo di città perché è una problematica, ahimè, molto democratica. È una questione di maggiori costi e anche di minori entrate, perché siccome agisce sulle tasche dei clienti è chiaro che le famiglie, dovendo far fronte a maggiori costi, tagliano le spese ritenute meno funzionali. Nel nostro Paese non c’è una grande cultura sportiva, abbiamo una forte cultura del food e quindi, se l’8% della popolazione italiana è iscritta in palestra, piscina o centro sportivo che sia, il 100% invece mangia due volte al giorno, 365 giorni l’anno. Dunque, i dati italiani degli studi europei sono confermati dalle abitudini che abbiamo tutti. Poi, ci sono situazioni ancora più complesse: il ricorso allo smartworking ha completamente modificato l’economia dei quartieri prevalentemente nelle grandi città e nelle zone centrali. Se pensiamo al centro di Roma o al centro di Milano, ci sono quartieri lavorativi con studi di avvocati, aziende, multinazionali, studi professionali, e anche se sentiamo con interesse gli esperimenti sullo sw tre volte a settimana, questo ha modificato totalmente il bacino di utenza di alcuni quartieri, portandoli a svuotarsi. Di conseguenza, i bar e i negozi lavorano meno, chiudono prima, proprio perché le persone hanno modificato la geografia dei loro spostamenti. Si tratta di una circostanza che colpisce di più le grandi città e i quartieri lavorativi, ed ovviamente tutte le iniziative sportive territoriali di qualsiasi genere risentono fortemente di questo aspetto”.

Cosa si può fare in concreto, secondo la sua opinione?

“Come Ciwas abbiamo presentato numerose istanze al governo, che però è cambiato da poco. Oltretutto, finalmente abbiamo di nuovo un Ministero dello Sport, e il ministro Abodi è una persona assolutamente preparata e un ottimo conoscitore del settore, perché era presidente dell’Istituto di Credito Sportivo, quindi conosce bene le sfaccettature di questo ambiente. Stiamo rinnovando le nostre richieste ai nuovi interlocutori, e dunque prevedere tariffe fortemente agevolate per il settore sportivo in quanto presidio di salute e attività socialmente utile non soltanto alla luce dei discorsi fatti come Confederazione, ma anche in ambito italiano, europeo e mondiale, dall’OMS all’Agenda per lo sviluppo economico dell’ONU dove al punto 3 si parla proprio di sport e benessere, un valore quindi fortemente riconosciuto. Tra l’altro, credo che sia proprio di oggi la notizia che finalmente si è concluso un iter durato tanti anni e lo sport è stato inserito in Costituzione. Un dato molto importante e, sulla scorta di questo presupposto, sicuramente vale la pena prevedere delle tariffe e delle misure emergenziali al riguardo.  Inoltre, abbiamo identificato col nome di bonus wellness un pacchetto di incentivi e detrazioni per gli utenti, perché è importante stimolare la popolazione ad allenarsi, ad avere stili di vita sani, per raggiungere l’obiettivo di abbattere il tasso di sedentarietà del 15% entro il 2030: si tratta di progetti mondiali contro una delle principali cause di mortalità, perché a causa della sedentarietà si innesca un sistema di patologie specifiche che minano la salute della popolazione e hanno un impatto gravoso sul SSN”.

Come affrontare i costi energetici?

“È necessario un intervento strutturale, inteso non come aiuto ma come costo calmierato per tutto il settore. Purtroppo le bollette arrivano ogni mese, quindi diventa difficile rinnovare ogni mese la richiesta di un eventuale aiuto. Sarebbe più corretto e più auspicabile ottenere un’agevolazione fissa sul costo delle utenze”.

Ritiene la transizione ecologica utile per le palestre?

“Questi investimenti richiedono un intervento di implementazione immediato, che ora non è possibile non per volontà, ma proprio per la situazione contingente. Dato che non si riescono a pagare neanche le bollette correnti, investire in questo senso è molto complesso, anche perché c’è timore sul futuro dato che la situazione internazionale non offre segnali prospettici positivi per le utenze. C’è paura ad impegnarsi con investimenti importanti che devono tenere in considerazione caratteristiche tecniche precise. Per esempio, l’ecobonus tanto discusso comprendeva anche le strutture sportive, ma in modo talmente machiavellico che di fatto era inapplicabile, perché gli spogliatoi dovevano essere separati dall’edificio principale”.

Cosa si può fare per incentivare la cultura sportiva?

“All’interno del bonus wellness abbiamo proposto un incentivo economico in termini di detrazione sugli utenti, ovvero rendere detraibile l’iscrizione in palestra, perché ci sono tutti gli strumenti informatici e tecnologici per poterlo fare. Questo tipo di operazione darebbe anche autorevolezza al settore perché la palestra è un vero e proprio presidio di salute e prevenzione. Inoltre, si devono sensibilizzare le famiglie, anche creando situazioni sportive all’interno del nucleo familiare. I bambini seguono l’esempio e, in questo modo, si potrebbero creare due target, bimbi e genitori. In genere i progetti sportivi sono realizzati per i piccoli e per gli over 65: manca la fascia di mezzo, che è fondamentale. Un quarantenne abituato all’attività fisica, quando diventerà over 65, avrà sicuramente un migliore stato di salute e nel frattempo ha costituito un esempio positivo di vita sana e sportiva per i suoi figli”.

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